• Feb
    13
    2017

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Il peso della delicatezza può correre il rischio di diventare enorme, col passare degli anni. Come quando ci si ritrova tra amici del liceo: i ricordi belli e la loro leggerezza spazzati via dalle odierne incompatibilità. Occorrono immagini emotive come questa per parlare della musica e del ritorno dei Sodastream, da Perth. Occorrono per capire quanto poco sia cambiato, dal 2006 dell’ultimo Reservations, nel modus operandi del duo composto da Karl Smith e Pete Cohen. Gli intarsi che ce li avevano fatti apprezzare nei dischi a cavallo tra Novanta e Duemila (quegli impasti di malinconia, terriccio ed eleganza) sono ancora lì. Si sono però ingrossati con lo scorrere del tempo: come se – metafora scontata – quel fiume sonoro si fosse addensato negli anni, ma non di detriti. Di pepite. E questo non ha peso, sulla loro leggerezza: a suo modo, un piccolo miracolo.

È uno strano ritorno, quello dei Sodastream. Perché non dettato da successo o soldi facili: si parla di una band di (piccolo) culto nella prima incarnazione e che col tempo è scomparsa quasi del tutto dai radar degli addetti ai lavori, quando non degli ascoltatori più affezionati. D’altronde – ricadiamo nel banale – quella dei Sodastream è musica che non bada alla temporalità: potrebbe essere stata scritta l’altro ieri come oggi o domani. È materia sonora che si basa su una tradizione consolidata, che non stupisce o ferisce ma accompagna in territori rassicuranti. Rassicurante e però minacciosi, mai privi di calore, vita, sangue. Dischi che non chiedono di essere illuminati dai riflettori ma solo di essere ascoltati con la giusta attenzione. Con calma.

E la calma è quella che si impone discretamente fin dall’iniziale Colouring Iris, il cui sviluppo tra violoncello, chitarre acustiche (pizzicate o ingrossate) e ritmica ci introduce in un mondo fatto di malinconia e speranza: qui la contemplazione nei confronti della vita non è mai un sentimento di colpevolezza legata all’inazione, bensì di rafforzamento dell’anima. Ci sono, in Little By Little, le orchestrazioni e le influenze da brass band dei Belle and Sebastian (nella voce di Smith così simile a quella di Stuart Murdoch, nei fiati che a volte entrano ad irrobustire i pezzi) e una vena pop difficilmente celata ma sempre intelligente, mai furbetta (nello splendido ostinato di Three Sins, nei Kinks caracollanti di On The Stage, nell’andirivieni epico, ostico e melodico in un colpo solo di Tyre Iron). C’è un songwriting in doppiopetto che vorrebbe nascondere il proprio dolore dietro l’austerità, un po’ come i Tindersticks, cedendovi a volte (Saturday’s Ash). Oppure, quando non lo fa, cavalcando verso territori più espansi e americani (Habits, numero in stile Okkervil River), trovando ovunque un’intimità forte, toccante.

Quello dei Sodastream è ancora una volta un artigianato che, dopo aver tanto viaggiato in falde acquifere lontane dalla luce, torna a galla. E si conferma puro e sporco allo stesso tempo, in una terra tra sacro e profano che nulla, neppure undici anni di stop, può fermare. Ne siamo contenti.

6 Marzo 2017
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