Recensioni

Ai ragazzi del Solo Macello, una volta MiOdi Festival, bisognerebbe da secoli fare un monumento. Provateci voi a mettere in piedi un festival di puro caos organizzato ed evolutivo, in un paese in cui la cultura è grande quanto le zanzare che infestano l’area del Magnolia . Anzi, no. La cultura è più piccola ancora. Il Solo Macello non è un festival di casottari, come qualcuno lo ha definito, quanto l’unica parentesi che questo paese dedica, in modo concreto e intelligente, al metal estremo che guarda avanti, che cerca di evolversi ed evolvere. Insomma. Un piccolo grande sguardo verso il futuro. Lo si capisce più o meno anche dall’età media del pubblico pagante, tra i trenta e i quarant’anni, quella fascia di ascoltatori che dopo l’overdose di metal (in ogni sua forma) ora cerca sensazioni più strutturate: violente, sì, ma con una progettualità.

E’ fantastico girare con una media in mano per il Solo Macello, perché è tutto talmente arrangiato, semplice, essenziale, do it yourself, che ti fa respirare un’aria di libertà molto particolare. Quella del lavoro dal basso, quello della “’zine culture”. Quella del “diamoci una mano, zitti e lavorare”. Altro che festival preconfezionati. E così, tra stand improvvisati, pizze immangiabili e pinte sempre fresche, tre palchi si dividono il compito di creare un flusso continuo, costante di musica. Chi vuole sceglie. Sceglie quello che vuole. E magari, se non è troppo concentrato, si accorge che sta guardando gli Squadra Omega al fianco degli Unsane. Tutti uguali. Tutti sullo stesso piano. Sussurriamo un “respect the hardcore pride..” ma lo facciamo in silenzio, perché l’hardcore è solo una delle componenti musicali del SoloMacello. Odio gli elenchi, odio le cronistorie dei festival e perciò vado anch’io a sensazione. A braccio. A impulsi. E rifletto.

Le realtà italiane, dal futurismo pazzesco degli Squadra Omega che, se registrassero con Bologna Violenta un disco, si metterebbero alla pari con i primi Fantomas e con i Naked City (ma con più groove) all’Hypnocore degli Ornaments, già apprezzati di spalla ai Pelican ma oggi in grado di mettere in luce la loro incredibile circolarità musicale, una sorta di loop catartico spezzato da lastre di hardcore improvviso. Dei Gandhi’s Gunn, unica band a rappresentare l’ala dura dell’Hardrock, non posso che continuare a dire meraviglie, perché è un gruppo internazionale e lo si capisce dalla reazione del pubblico. Un gruppo che, parzialmente fuori contesto, raccoglie invece forse il consenso più unanime. I ragazzi di Genova presto saranno una rivelazione. Scommettiamo?

E poi tocca anche parlare dei grandi. Degli Headliner. Delle Big Band. E qui qualcosa in più c’è da dire. Ad esempio che gli Unsane, stilisticamente perfetti e con alle spalle forse l’album migliore della loro carriera, dal vivo risentono del caldo e dell’età. Tutto perfetto, per carità, ma prevedibile. Cosa ci si può aspettare ancora da un gruppo come gli Unsane? La violenza grezza, ad esempio, che oggi è sostituita da un formalismo bellissimo, da major band, ma forse un po’ troppo pulito. E poi i Napalm Death. O ciò che ne resta. Con la premessa che il loro ultimo disco è l’ennesima bomba e che non si può chiedere altro a chi da trent’anni scatena inferni sui palchi di tutto il mondo, rileviamo fiato corto e gambe un po’ molli. Spaccano, è il loro mestiere, ma non devastano. E’ un problema di aspettative. Forse siamo noi a chiedere loro troppo. O forse sono loro che stanno arrivando all’epilogo della loro esistenza. Per il resto, organizzazione perfetta, abbracci e baci a gente che non vedi da un millennio e un piccolo senso di comunità che oggi, in Italia, serve per rinascere. Per ricrescere. Per trovare la spinta giusta e dare vita a qualcosa di nuovo. Solo Macello? No. L’inizio del Macello.

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