• apr
    01
    2004

Album

Virgin

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Un tocco di classe riassunto in un riff che si libra in piccole improvvisazioni jazz, una seconda chitarra che s'aggiunge tintinnando come ghiaccio in un bicchiere di Martini, un pubblico spaiato che nell'attesa chiacchiera in sottofondo; infine, una sezione d'archi che colora quell'intimità d'oro e velluto bordeau. Che i Tindersticks avrebbero gradito questa introduzione c’è da metterci la mano sul fuoco, eppure, al calar del sipario, a sostituire l'equino vocalizzo di Stuart Staples vi è un interprete assai diverso.

I riflettori di questo show sono per Sondre, un ragazzo dagli occhi blu, esile come la voce che interpreta: una strofa in punta di piedi e l'ironia nascosta dietro un sorriso ammiccato. Attraverso dodici quadretti disarmanti per freschezza compositiva e vivacità dell'esecuzione, Two Way Monologue si ascolta e si fischietta che è un piacere. Eccola qua, l'essenza di quest'album: meraviglie di un'orchestrina che, dal rétro esotico degli anni '60 (On The Tower), dalle colonne sonore dell'epoca (Days That Are Over), inizia a girare come una trottola assorbendo tutto ciò che possa esser coperto di caramella all'arancia. Dalle venature ska della title track (ottima pop song orchestrale che, da una semplice quanto efficace melodia, si apre a una trama fluida e multiforme; irresistibile anche il videoclip) a Bacharach (Love You), dai Beatles in falsetto lennoniani al country dei Byrds (Stupid Memory), dalla fusion cosmica (It's Too Late) alla california dei Buffalo Springfield (It's our Job) fino al sound Tin Pan Alley natalizio (Wet Ground, con uno stupefacente arrangiamento a cappella).

Interprete favoloso, cresciuto rispetto all'esordio, abile nel bilanciare le strutture armoniche smaltandole di melodie dai diversi stili (confidenziale, trasognato, sbarazzino) Lerche sbaraglia ogni dubbio sulla freschezza perduta dei tempi che corrono. Two way monologue è un’enciclopedia del pop. Come un bicchiere di buon champagne: leggero, ma con spessore.

15 Aprile 2004
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