• ott
    13
    2014

Album

Luftschutz Entertainment

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Dopo sei anni dal loro ultimo lavoro, tornano i Sonne Hagal con Ockerwasser, il loro quarto full-length, uscito il 13 ottobre 2014 per Luftschutz Entertainment e distribuito in Europa da Tesco Germany. Il ritorno sulla scena della celebre band neofolk tedesca non delude, anzi, Ockerwasser si presenta come uno dei migliori e più ispirati lavori realizzati dal gruppo. L’album è impreziosito, come consuetudine per la band, dalla collaborazione di diversi musicisti del giro neofolk europeo. In questo caso, a dar man forte intervengono Kim Larsen (:Of the Wand and the Moon:), Ericah Hagle (Unto Ashes), Leithana (Ordo Equitum Solis), Bo Rande e Matthias Krause (Vurgart).

Band di culto, i Sonne Hagal – per quelli che ancora non li conoscessero- sono un gruppo formatosi a Brandeburgo nei primi anni novanta capitanati dal frontman Oliver, profondo conoscitore della mitologia germanica, dell’etenismo, come della poesia inglese e tedesca. I testi dei loro album, sempre profondi e molto curati, si prestano a diversi livelli di lettura, a partire dal nome della band, che si traduce in italiano come “sole/grandine” e suggerisce un conflitto tra forze opposte. La parola “hagal”, oltre a significare “grandine” in tedesco, è anche il nome della settima runa descritta nell’Armanen “Futharkh” del celebre studioso di esoterismo Guido von List.

Anche in questo ultimo lavoro non mancano i riferimenti esoterici: l’album si apre con The Shapes of Things to Come che introduce alle “forme delle cose a venire” attraverso una tensione tra l’alto mondo spirituale e quello degli inferi. Si tratta di un brano che ci ricorda anche l’assioma di Ermete Trismegisto: “Come in alto, così in basso, come fuori così dentro, come sopra così sotto. Tu dividerai il grezzo dal sottile e riunificherai tutte le cose in Uno”. Queste parole sembrano guidare da sempre lo spirito dei Sonne Hagal e costituisco una buona chiave di lettura anche di Ockerwasser, disco alchemico sulla natura umana (anche sui suoi aspetti più deteriori) che, nel suo microcosmo, si rispecchia sempre in un più vasto macrocosmo.

Nel disco, cantato in lingua inglese, non mancano profondi e ricercati riferimenti letterari. The Shapes OF Things To Come cita alcune parole della poetessa vincitrice del premio Pulitizer, Edna St. Vincent Millay. Il disco contiene anche una stupenda versione della poesia di Thomas Carew – poeta inglese vissuto cavallo tra XVI e XVII secolo – Mediocrity in Love Rejected, messa in musica per l’occasione dal gruppo. Nel brano Oliver, riprendendo le parole di Carew, canta “Then crown my joys, or cure my pain; Give me more love, or more disdain” (“Poi incorona le mie gioie, o cura il mio dolore; dammi più amore o più disprezzo”).

Dal punto di vista musicale i Sonne Hagal, pur mettendo in scena un neofolk intimista, melanconico e introspettivo come da tradizione tedesca (Forseti, Darkwood), non disdegnano incursioni in sonorità più sperimentali: è il caso di Thyme, con le sue tastiere e i suoi delicati effetti che ben si sposano con il suono della chitarra acustica, o del finale di Gold, lasciato alle sole tastiere, prima dell’evocazione di Devon, con le sue sonorità di derivazione industial in sottofondo. Molto ben orchestrato, è anche il contrasto tra chitarra acustica ed elettrica in Of Dissembling Words, che ricorda esperimenti analoghi dei Sol Invictus. Nel disco non mancano convincenti ballate folk come, ad esempio, l’ottima After the Rain.

Le voci sono sempre valorizzate e ben dosate, non solo per il buon contributo del danese Kim Larsen su ben tre brani, ma anche nei giochi d’incastri tra voci maschili e femminili, come avviene splendidamente in Gold, con il duetto tra Oliver e Ericah Hagle degli Unto Ashes. Una menzione speciale va anche alla voce di Leithana degli Ordo Equitum Solis nell’evocativa Morpheus, uno dei migliori episodi del disco. Il brano si muove tra tastiere oniriche, una tromba melanconica e campionamenti della voce di Franco Citti dal film di Pasolini “I racconti di Canterbury”. Si tratta del secondo racconto del film, quello in cui il diavolo incontra l’inquisitore.

Il disco si chiude con Assassins, in cui, tra suoni di colpi di fruste, i Nostri dicono la loro sulla natura umana utilizzando all’inizio del brano la registrazione di un’intervista a Carl Justav Jung in cui lo psicanalista, psichiatra e antropologo svizzero sostiene: “We need more understanding of human nature, because the only real danger that exists is man himself. He is the … should be studied, because we are the origin of all coming evil” (“Abbiamo bisogno di comprendere meglio la natura umana, perché l’unico reale pericolo che esiste è l’uomo stesso. Egli dovrebbe essere studiato, perché siamo l’origine di tutto il male a venire”).

Dischi come questo dei Sonne Hagal dimostrano un profondo stato di salute della scena neofolk europea, capace ormai di superare gli stereotipi e le affettazioni che rischiavano di ingabbiare il genere. Ockerwasser è un ottimo disco che può riuscire ad emergere e farsi apprezzare anche al di fuori della cerchia degli appassionati di neofolk e del lavoro della band. Si tratta di una musica che, pur evolvendosi e trasformandosi nel corso degli anni, non ha bisogno di effetti speciali o di una pretenziosa – quanto vacua – ricerca d’innovazione a tutti i costi. I Sonne Hagal riescono ad avere un proprio stile personale costruito su solidissimi riferimenti culturali che oggi possono fare la differenza, soprattutto in un mondo sempre più superficiale e alla deriva.

 

31 Ottobre 2014
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