• lug
    01
    1957

Giant Steps

Blue Note

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A cinquantadue anni compiuti il primo episodio solista di Sonny Clark ha ancora lo stesso fascino discreto che metteva in mostra in pieno Bebop. Defilato, certamente meno pirotecnico di altre produzioni dell’epoca, ma capace di reggersi a meraviglia grazie a un jazz organico e a una scrittura lineare come poche. Merito del suo autore, pianista di sostanza cresciuto ricalcando lo stile di Horace Silver, Bud Powell, Thelonious Monk e merito probabilmente anche di una biografia sfortunata che vide il Nostro esordire a suo nome nel 1957 e lasciare questo mondo già nel 1963. Il tutto a soli trentadue anni, per colpa dell’eroina e senza il tempo di dimostrare più di quanto si ascolta in quel pugno di dischi che costituisce la sua ridotta discografia.

Fino a quel momento il percorso di Clark era stato di quelli istituzionali, tra collaborazioni di rilievo con Dexter Gordon, Stan Getz e Bud Shank quando la base operativa era ancora Los Angeles e sessions con Charles Mingus e Sonny Rollins dopo il trasferimento in quel di New York. Segno di uno stile giovane ma già formato, sicuro ma al tempo stesso malleabile, ideale per il ruolo di sideman e house pianist che la Blue Note gli affiderà verso la fine degli anni Cinquanta.

Rilassatezza, interplay, organicità, blues: parole che in Dial “S” For Sonny inventano sei brani che stemperano l’enfasi del Bebop trasformandola in armonia e soprattutto visione d’insieme. A creare un ponte con la contemporaneità jazz pensa la tromba di Art Farmer, decisa a sfruttare a dovere gli ampi spazi concessi dalla sobria scrittura di Clark con uno stile energico ma non debordante. Come si ascolta nella title track ma soprattutto in Bootin’ It, tra saliscendi spericolati di ottoni – sono della partita anche Curtis Fuller al trombone e Hank Mobley al sax tenore – e svisate del padrone di casa sul pianoforte. Il tutto entro gli steccati di una musica impostata su un backgrond virtuoso, sull’accento nascosto e lontana da grossi scossoni o nette cesure, improvvisi ribaltamenti o impeti rivoluzionari. Anche in quella Sonny’s Mood posta a metà programma che rappresenta con il suo mid tempo impeccabile un po’ tutto il mood disco. Con un Clark swingante più che mai chiamato a cesellare alla sua maniera, tra grassetti in solitaria rispettosi della melodia e un impianto armonico lucidissimo.

Bistrattata da buona parte della critica dei grandi nomi e scosciuta ai più dopo la morte dell’autore, la produzione di Sonny Clark subirà una rivalutazione repentina soltanto verso la metà degli anni Ottanta, quando John Zorn metterà in piedi il Sonny Clark Memorial Quartet. Una degna conclusione di una storia finita troppo in fretta.

29 gennaio 2010
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