• Mar
    01
    2014

Album

Escape From Today, Wallace Records

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Tutto nato fra Pontassieve e Pelago, forse in un camminamento medioevale che giunge ad una collina – quello di Nipozzano nella fattispecie – da cui fuoriescono chimerici i capricci sonori di Jacopo Andreini, polistrumentista attualmente dietro le pelli di L’Enfance Rouge, ma poi agitatore di tante belle realtà, nuclei e situazionismi. Il progetto in questione prende il nome di Squarcicatrici e ha già seminato, lungo la via, morti e feriti fra la transumanza indiana cantata, suonata e scritta. Esordio calmierato nel 2006 con un album in proprio, chè già il titolo la diceva lunga o breve, ditemi voi: Bossa storta. Sophomore, tre anni dopo, con moniker e titolo identici – Squarcicatrici per l’appunto – dove non erano più solo avvisaglie le ritmiche deviate, l’incrocio di scale e modi, il tempo bizzarro, ma certezze e, per dirla fuori dai denti, ci si affrancava dal Mediterraneo per un più bastardo jazz a scansioni afro-punk (o chiamatele come volete), giro Les Negresses Vertes o, meglio ancora, Les Hurlements d’Leo. Molta Francia, verrebbe da dire, o molto di ex colonie francesi, ma l’approccio parafrasa, per usare un eufemismo, l’etnoworld, sfanculandolo alla bisogna.

La terza lancia in faccia arriva sempre da quella collina, un po’ sospesa nei dirupi o indecisa, dipende dai punti di vista, fra cassero e valle dell’Arno. Andreini l’ha battezzata Zen Crust, che traslato dice rabbia zen, tanto per confondere di più le carte in tavola. 14 brani in cui la prima vittima sembra essere la melodia – tagliuzzata, poi ricomposta, resa sostenuta e poi nuovamente sbuffata al vento – per poter inarcare le armonie con graffi di mondi distanti. Pare un curriculum vitae. Molto è già bello che scritto nel progetto francese dell’Enfance, ma l’animo di Jacopo, almeno in terra natia, non è irruento come quello del suo amico chitarrista Francois Cambuzat.

È un lavoro di impasti molto concentrati, quello dell’ormai ensemble capeggiato dal toscano, dove l’agogica viene spesso serragliata da una concatenazione di frasi che sgozzano la sintesi. Avant sì, ma fatto di sillabe globaliste. Lo si stana nel prologo di Bilaa Jawaaz Safar, nel kolo free di Apopse Pethainei o Fasismos, nella melopea furtiva e lignea di Fremente e in tanto altro, spiluccando bene nell’ora scarsa. E come era scontato che fosse, in ogni traccia sono mondi che emergono, belli da risentire. Album di tinte e sensazioni.  

11 Aprile 2014
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