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Rome is burning. Una nebbia padana sorprende i cieli stellati della capitale e avvolge il Traffic tutt’intorno. Il locale, dopo il restyling del piano inferiore, si è assestato in un accogliente mood anglofono anche su quello superiore. Niente più poster grindcore, locandine di gruppi emo né gadget giovanilisti. Siamo adulti e un po’ navigati, quindi largo all’ordine e alla pulizia.
Stasera assisteremo all’esibizione di due delle costole della Jazzcore Inc.: Squartet e Testadeporcu. Romani e con un disco uscito di recente i primi (Uwaga!, Jazzcore Inc, 2009), bolognesi e in procinto di entrare in studio i secondi.Come da copione capitolino, il concerto inizia tardi; i tre Squartet, Manlio Maresca alla chitarra, Fabiano Marcucci al basso e Marco Di Gasbarro alla batteria, prendono possesso del palco mentre dalla consolle fa capolino la testa rasata di Mr. Jamming (soundman e componente del gruppo ad honorem).

Inaugura la scaletta Il piccolo samaritano, seguita da vari estratti da Uwaga! (Perky Pat, L’infame, Sexy Camorra). Il trio, compattissimo, attacca, sbanca, si ferma, cambia ritmo, ricomincia. I pezzi scivolano metronomici e goliardici uno dentro l’altro, supportati dal genio chitarristico di Maresca che rimanda tanto a certo virtuosismo pre-war quanto al rock e al punk, il tutto annegato in un fertile territorio jazz, regno di febbrili ostinati e cambi di tonalità. Il basso emette delle bordate sì massicce e armoniche che quasi non ci si accorge che nei primi pezzi l’ampli sull’impianto è off. E la batteria è il cuore pulsante nella corsa scatenata dietro ad un autobus di periferia che va a tutta velocità. Altro che attitudine punk, qui si prende il testimone di gruppi come No Means No, Pak e Victims Family sfoderando però un alto tasso di personalità. Musica tosta ma fruibile, intelligente ma mai leziosa, schietta come la romanità, energica e contagiosa. Chiudono il set Radau e un pezzo nuovo, con Carlo Conti (Neo) al sax e il suo dialogo overlapping con il funk della sezione ritmica.

Dopo una breve pausa si torna giù e, come per accoglierci al meglio, partono le basi un po’ losche dei Testadeporcu aka Diego D’Agata (basso, ex-Splatterpink) e Claudio Trotta (batteria, già Deus Ex Machina, storica prog-band che forse qualcuno, più attempato della sottoscritta, ricorderà). I Testa sono un monolite spaccato e ricomposto un’infinità di volte e se la forma e il colore sono quelli di un grindcore “anomalo”, dalle crepe fuoriescono gli adorati spettri della contemporaneità. Non a caso i due definiscono la loro musica punktemporary, punk-temporanea. Ed è il tempo il terreno dove si gioca un po’ tutta la partita: pezzi velocissimi, stoppati all’inverosimile, dove la schizofrenia jazzcore mostra ora la maschera tecnica ora quella iconoclasta. Il tutto accompagnato da un atteggiamento ironico, di metacritica nei confronti del punk e della musica contemporanea di matrice intellettuale. Sicuramente meno digeribili dei romani, ma senz’altro coinvolgenti e da approfondire. All’uscita seguono rituali di aggregazione, finchè il Traffic chiude le serrande e un singolare personaggio con una farfalla in testa cerca di convincerci ad accompagnarlo a ballare l’house. Vagli a spiegare che oltre a vivere veloce bisogna morire vecchi. Vagli a spiegare che Roma brucia.

 

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