Cult Movie

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Lolita è il quarto film di Kubrick noto al grande pubblico, particolarmente difficile sia nella gestazione che nell’accoglienza. Su di lui pendeva, infatti, l’obbligo del confronto con l’omonimo romanzo di Nabokov, divenuto un cult dopo gli iniziali problemi di censura. Il trailer dell’epoca recitava: How did they ever make a movie of Lolita? Come a mettere già le mani avanti sulle possibili polemiche. Venne riabilitato successivamente sulla scia del principio di autorialità ma a molti critici Lolita sembrò meno degno di nota rispetto alla metafisica di 2001 o ai classici capolavori come Arancia meccanica e Barry Lyndon.

La gestazione fu altrettanto controversa: nel 1960 venne proposto a Nabokov di trarre lui stesso la sceneggiatura dal suo romanzo ma il risultato fu un testo di 400 pagine (equivalenti a sette ore di proiezione) che Kubrick dovette rifiutare. Ne venne allora tratta una versione più condensata che copriva solo una parte del romanzo. Alla prima del film, il 13 giugno 1962, Nabokov riconosce il merito del regista e degli attori ma ammette anche che il film è infedele allo script originale come una traduzione di Rimbaud o di Pasternak fatta da un poeta americano (la fonte è Michel Sineux in Positif, n. 277, pag. 59).

Quando uscì nel 1962 le critiche fioccavano da tutti i giornali: squilibri, mancanza di coerenza nella narrazione, virtuosismi degli attori o attori fuori parte, come Sue Lyon, considerata incolore e senza charme né perversità o come Sellers, figura invadente rispetto all’ombra furtiva che è il personaggio di Quilty nel romanzo. La cosa di cui il film pareva più carente e che premeva di più per problemi di censura era l’analisi oggettiva della malata psicologia di Humbert. Infatti la prima parte del romanzo – che contribuisce a far comprendere la sua perversione adolescenziale – nel film scompare del tutto, tanto da far apparire Lolita non come l’ennesima ninfetta ma come unico oggetto dell’amore di Humbert.

Kubrick, del resto, non ha mai avuto l’intenzione di trasporre il romanzo (come forse fece Lyne) ma si limitò a farsene, in un certo senso, assorbire portando le tematiche e le “intenzioni” di Nabokov verso le sue personali ossessioni: follia e sublimazione artistica, sesso e colpa, sogno e normalità. Eliminò alcuni personaggi e, soprattutto, cambiò il ritmo pur mantenendo la sequenza narrativa, condensando alcune scene – come il primo incontro tra Lolita e Humbert – e dilatando altre figure caricaturali come Quilty/Sellers. Nella scena del primo incontro, per esempio, Kubrick evita superficiali similarità col romanzo – carico di riferimenti al bagno di sole di Lolita e a metafore marine – e cerca di trovarne di più profonde anche se spesso virate verso il grottesco. La trasformazione emotiva subita da Humbert, descritta nel romanzo come un’onda marina che cresce sotto il suo cuore, è concentrata nel film sul semplice primo piano di Humbert, seguito da una sequenza di riprese più strette di una fin troppo perspicace Lolita montate sulla voce-over del professore che sta già mentendo, a causa di lei, sulla decisione di rimanere. La vis comica emerge nella sequenza immediatamente successiva che rompe completamente la catena degli eventi: Lolita, la madre e Humbert sono in un drive-in e stanno guardando la scena dello smascheramento del mostro nel film di Fisher, La Maschera di Frankenstein, la scena è violenta e i tre gridano scioccati; segue, così, la gag delle mani che condensa la relazione che intercorre fra i tre in maniera perfetta, ovviamente in chiave comica. Potrebbe essere azzardato ma qui sembra che Kubrick giochi a prendere in giro la possibile reazione dello spettatore alla scena precedente (Humbert che guarda Lolita ricambiato, mentre l’ottusa madre non si accorge di nulla) e lo shock emotivo/percettivo che ha innescato. Quello scambio di sguardi pieni di sottintesi è tutt’altro che una manifestazione di quieta normalità e probabilmente ha fatto gridare lo spettatore allo scandalo tanto quanto una scena di smascheramento.

Dobbiamo anche dire che a scandalizzare lo spettatore può essere solo il tema della pedofilia dal momento che la massima espressione della sessualità che si consuma fra i due è data dalla verniciatura delle unghie dei piedi di Lolita. La cosa non riguarda solo la censura (addirittura per trovare l’avvallo della censura un primo script proponeva di mostrare l’unione di Humbert e Lolita in uno stato americano che autorizzasse il matrimonio con una minorenne ma Kubrick vi rinunciò subito. Ne dà notizia Régine Hollander in CinémAction n. 114, 2005, pag.123) ma è, in effetti, molto kubrickiana, se si pensa alle circostanze o alle impotenze che nei vari film (Eyes Wide Shut, Arancia meccanica, Dr Stranamore) spiegano l’ellissi di un atto che, comunque, quando è mostrato, è più fattore di frustrazione che di gioia. Ma se è pur vero che lo spettatore viene privato, come si disse allora, della “voluttà estetica” e della “croccantezza” (nel senso del gusto del torbido) presenti nel romanzo, è anche vero che questa assenza diventa paradossalmente un valore aggiunto perché segna la profondità e l’acume del film. Tutte le volte che Humbert indossa i panni del padre amorevole, col suo linguaggio gentile e protettivo suona ovviamente falso (noi sappiamo che loro due vanno a letto insieme per cui la sua è evidentemente solo gelosia di un amante) ma l’assenza dell’atto, in fondo, rende Humbert simile a qualsiasi altra variante di maschio, emblema, quasi, di una generale mascolinità in quella società puritana che basava il rapporto ancora sullo schema patriarcale. Per cui il film di Kubrick oltre a rappresentare un’acuta analisi psicologica di un intellettuale debole e doppio – moralista in vetrina ma perverso dietro le mura di casa – ha anche la finezza di un’analisi sociologica in cui si visualizza il possibile destino del maschio nella società patriarcale. In fondo questi opposti – assenza totale e ossessione del sesso – sono i segni di una società schizofrenica che, non riuscendo a padroneggiare la propria onnipresente sessualità (Charlotte, l’insegnante di piano, la vicina di casa nella seconda parte), si trova costretta a tamponarla sotto la coltre della pruderie. Lolita è, poi, un film sulla condizione umana: basterebbe pensare alla derisione da parte di Quilty alla lettura del componimento poetico che Humbert porta con sé nella scena iniziale in cui cerca di esprimere la sua disperazione; quella stessa derisione che Humbert metterà alla lettura della lettera di Charlotte in cui lei gli esprime i suoi sentimenti. Il mondo non sembra essere il posto giusto in cui collocare effusioni e lirismi; prima o poi ciascuno si troverà di fronte alla notte dei sentimenti e alla mancata reciprocità di affetti.

Nel film ogni personaggio vive replicato nel suo doppio, che rappresenta le sue ossessioni e paure o l’attrazione. Quilty (cioè guilty, colpevole) incarna perfettamente le forme contemporanee della legge – la polizia che controlla la “normalità” di Humbert come nella scena del congresso di polizia (e non di medici come indicava Nabokov) all’Hotel Enchanted Hunters e la psicologia che tende a castrarlo come nella scena del Dr Zemph – ma, nello stesso tempo, è anche guidato dagli stessi suoi istinti, è un clownesco pornografo. Freudianamente è l’Io e il Super-Io di Humbert, la sua natura profonda e la censura sociale. Nella dimensione metafisica e fantastica della seconda parte (dalla morte di Charlotte) Quilty rappresenta perfettamente i diversi gradi della sua paranoia. Anche Lolita ha un suo alter ego nella madre, fonte di repulsione e di rifiuto di ciò che è dozzinale. Nonostante il tema della pedofilia, Lolita è più carnefice che preda del potere dell’adulto/padre/maschio ed è lei stessa a decidere liberamente di affidarsi al suo giovane sposo nel finale. Eppure, così occhialuta e infagottata, con le ciabatte e il ferro da stiro sembra già prefigurare quel futuro da matrona che segnava anche l’odiata madre.

Il film ha numerose scene alquanto spassose. Le scene di gag che rappresentano il lato grottesco del film sono supportate tutte dallo straordinario Sellers che nella scena iniziale improvvisa un fantastico tour di tutti i generi cinematografici (nel film è un cacciatore di talenti recitativi), facendosi prima senatore romano poi pugile poi ancora macchietta western con l’accento southern. Le altre due scene che valgono tutto il film: Humbert ubriaco, a mollo nella vasca con un improbabile bicchiere galleggiante che accetta con uno sguardo ebete le condoglianze degli amici; Lolita, bimbetta perversa che imbocca dall’alto Humbert con l’uovo della colazione. Da vedere anche solo per questo.

19 Giugno 2009
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