• Gen
    01
    1974

Classic

ABC

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Gli Steely Dan. Quella strana contrazione/contraddizione tra cerebrale e sanguigno, tra lieve e ombroso, tra sofisticato e ridanciano. A partire dalla ragione sociale, che è sì citazione “colta” – estrapolata dal Naked Lunch di Burroughs – ma pur sempre il nome di: un vibratore. Due spiccioli di storia: Donald Fagen e Walter Becker affrontano audizioni già dalla fine dei sixties, ma la loro miscela di jazz, palpitazioni pop e reverie classiche non convince i discografici.

Per il debutto occorre quindi attendere il ’71, quando vede la luce You Gotta Walk It Like You Talk It, una soundtrack passata in archivio piuttosto inosservata. A raccogliere i consensi sperati (e con gli interessi) ci pensa nel 1972 Can’t Buy A Thrill, ribadito l’anno successivo da Countdown To Ecstasy. Nel giro di pochi mesi, obbedendo ad una prolificità quasi offensiva, arriva Pretzel Logic. A quel punto sono già in orbita, gli Steely Dan. Se Pretzel Logic non è il loro titolo più famoso, poco ci manca. Non il capolavoro: personalmente propendo per Aja, che in quanto a stile alberga in tutt’altre coordinate, ovvero fusion atmosferica, levigatezze/destrezze strumentali, insidie stilizzate e penombre vibranti. Pretzel Logic, invece, segue una rotta altrettanto inafferrabile ma indubbiamente più terrena.

Una danza mutante, lieve e sfrenata, tra accattivanti quisquilie. Come il RnB luminoso di Barrytown, o quella sorta di sogno Phil SpectorBeach Boys che risponde al nome di Through With Buzz (il vellutato dinamismo degli archi, il piglio quasi glam del piano, l’evanescenza della slide), o ancora ill funky soul cinematico di Night By Night, con quel concistoro ritmico a maglie serrate, i galleggiamenti obliqui della voce, le folate sfavillanti degli ottoni e la chitarra a unghiate.

Diamo agli Steely Dan ciò che è degli Steely Dan, ovvero il merito d’essersi voluti moderni oltre la propria contemporaneità, d’aver travalicato il tempo solcandone le onde e gli steccati. Sembrerebbe un complimento cucito su misura per East St. Louis Toodle-Oo, cover di un classico a firma Duke Ellington/Bubber Miley che intreccia arcaismi jazz e richiami country-psych, vaporizza umori di wurlitzer, gorgoglii di chitarra wah-wah e suadenti understatement di sax. Poi ti abbandoni alla cospirazione jazz-blues della title track (swing sotto anestesia, microtentazioni country, assolo di chitarra da urlo), alla strategia di trapassi rock/bossa/RnB di Rikki Don’t Lose That Number, alla morbidezza folk-soul di Any Major Dude Will Tell You (quel piano elettrico, la duttilità ombrosa della melodia…), o infine alla pseudo-tarantella opalina di Charlie Freak: allora tutto appare chiaro, lampante, inequivocabile.

Voglio dire, talvolta accade che il talento e lo stato di grazia s’incontrino al momento e nel luogo giusti, tutto qui. Avviene una specie di magia di cui potremmo parlare (scrivere) per ore (pagine), e non riusciremmo a venirne a capo meglio di quanto non farebbe una sola parola: bello. É bello lasciare questa musica sbrigliata, a distrarci, cullarci, rapirci, intristirci, rallegrarci. Fa lo stesso. Sbalestrarci in mezzo al volto la fusion rovente di Parker’s Band, oppure il country rock appuntito di With A Gun, oppure la crepitante elasticità soul di Monkey In Your Soul. Unico il gesto, il respiro, il suolo calpestato. Musica da auscultare o lasciar scorrere, vivisezionare o carezzare. Fa lo stesso.

1 Ottobre 2005
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