Recensioni

5.8

Ora, può anche darsi che se non avessimo saputo prima di metterci a scriverne che questo secondo lavoro (esordio su Saddle Creek) di Stef Chura è stato prodotto da Will Toledo, non avremmo aperto questa recensione dicendo che sembra di stare al cospetto della versione al femminile dei Car Seat Headrest. Però è così. Non che la giovane cantautrice americana non ci metta del suo per sembrare originale – anzi, lo fa pure troppo – ma questo Midnight poco aggiunge a tomi e tomi di certa narrativa odierna declamata da innumerevoli artisti che paiono divertirsi come i neonati quando li cospargono di borotalco nel rifare il verso a quegli anni Novanta alternative dell’attitudine DIY/lo-fi espletata negli scantinati umidi e bui della provincia americana, e non solo. Ha ancora senso la cosa? Anche no.

Tutt’al più può essere un diversivo tra un ascolto e l’altro, ma tanto varrebbe – nel caso – andarsi a riprendere un qualsiasi disco dei Pavement, dei Van Pelt, dei Karate o dei June of 44. Ascolti che questa occhialuta ed esile scolaretta uncool deve aver consumato in quantità industriali. Poi la senti e dici: “boh”. Il problema non è quale direzione voglia prendere, quella è fin troppo chiara, ma che la direzione è sbagliata e la ragazza è andata troppo (troppo, accidenti!) lontano per andarla a riprendere e portare indietro. Chissà, magari a certo pubblico americano piacerà, lì hanno un debole per i garage e le persone che si fanno da sè.

C’è poco di davvero trascendentale nelle 12 tracce di questo lotto, in cui l’innegabile energia dell’autrice – il cui nome è anche quello del suo progetto musicale – è sprecata per inseguire un citazionismo noiosissimo e fuori tempo massimo, nel tentativo di aderire a canoni già ampiamente calcificati. Più diretto e meno criptico, specie nei testi, del predecessore Messes, questo sophomore è zeppo di luoghi comuni 90s e si fatica a trovarci dentro qualcosa di davvero interessante. Non bastano gli stop&go schizofrenici del singolo di lancio Method Man o di Scream; non bastano le pose nerd à la primissimo Johnny Greenwood e il cantato – nel tempo abusato da cani e porci – à la Stephen Malkmus dell’opening All I Do Is Lie; così come non bastano le costruitissime e tutt’altro che genuine stonature nella linea vocale di Trumbull, le chitarre e i ritmi al fulmicotone di They’ll Never e la pretenziosa versione indie-rock – dall’intro solo voce/chitarra elettrica – di Eyes Without A Face, a chiudere un disco che, se non sarà seguito da un vero colpo di reni, rischia di essere il preludio alla fine anticipata di una carriera che – ad ogni modo – avrebbe tutte le potenzialità per decollare.

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