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Ah, quindi siamo ancora in grado? Con il suo terzo lungometraggio per il cinema (ahinoi uscito esclusivamente in digitale su Amazon Prime Video a causa della chiusura delle sale cinematografiche imposta dai recenti decreti ministeriali) Stefano Lodovichi dimostra che in Italia si può ancora costruire un film con pochi ma semplici ingredienti: personaggi ben strutturati, una storia affascinante e stratificata, il gusto per il cinema di genere e l’arte della contaminazione stilistica. Questo perché La stanza si regge su solide basi che vengono continuamente messe in discussione dalla narrazione. Il film si apre con una donna che sta per suicidarsi con indosso l’abito da sposa, quando il suo gesto viene impedito accidentalmente (?) dall’improvviso squillo del campanello di casa. Lo sconosciuto visitatore che irromperà nell’abitazione con un’insolita insistenza rimarrà l’elemento cardine da cui si dipanerà il corso degli eventi successivi, portando a galla traumi irrisolti e perfino macabre conseguenze future.

Tre attori, una trama lineare inizialmente e che inizia ad arzigogolarsi lentamente e inevitabilmente con l’aumentare della tensione, quest’ultimo un aspetto gestito con maestria e sicurezza da parte della regia, sempre attenta a non concedere troppo o troppo poco a uno spettatore inizialmente spaesato, ma che una volta capito il “gioco” si presterà volentieri alla premessa per adagiarsi comodamente sulla poltrona e godersi lo spettacolo. Dotato di una struttura in tre atti classicissima, La stanza riesce nel suo intento di posizionarsi a metà strada tra divertissement e sottile riflessione sui pericoli della depressione e degli effetti che quest’ultima può avere non solo sul soggetto ma anche su chi sta attorno ad esso. Lodovichi è abile nel gestire i tempi della narrazione, eliminando qualsiasi rischio di punti morti o giri a vuoto, anche se nell’ultima parte il rischio è quello di produrre un effetto boomerang per i temi messi in campo. L’intera impalcatura è sorretta da una scenografia strabiliante (la dimora che fa da set alla storia è irresistibile e su di essa è costruita una messa in scena esemplare) e dalle ottime interpretazioni del suo cast, tra cui svetta un Guido Caprino magnetico e irresistibile (e ci chiediamo perché venga così poco sfruttato al cinema).

Nato come documentario sul fenomeno degli hikikomori (da qui la scelta dell’ambientazione unica per la storia), La stanza è stato girato nel periodo di pieno lockdown imposto dal governo italiano per la pandemia di COVID-19. Inizialmente pensato come documentario, il progetto è pian piano mutato verso il film di finzione, continuando a ispirare sempre di più il regista. È vero che più ci si avvicina verso la risoluzione dell’intreccio più le ambizioni aumentano, ma lo spettatore a quel punto dovrà sacrificare un po’ di pretesa verso una credibilità inconsistente a favore della magia del cinema, il buon cinema di genere che non muore mai, ma anzi rinasce dalle proprie ceneri. [P.S.: il momento Stella stai di Umberto Tozzi è già una delle scene cult di questo 2021 appena iniziato].

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