• Mag
    01
    2005

Album

Domino

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Tempo di bilanci per Malkmus. Saranno gli “anta”sempre più vicini, la sopraggiunta paternità, i quindici – e rotti – anni di carriera sulle spalle (e possiamo solo immaginare quanto possano pesare, nel suo caso); di fatto, Face The Truth – titolo quanto mai emblematico – ci consegna uno Stephen diverso. Anzitutto, via la band. I Jicks, la “sacra alleanza” alla quale il suo nome sembrava vincolato in pianta stabile (specie dopo Pig Lib che, per certi versi, è un lavoro corale), compaiono soltanto qua e là come ospiti occasionali: il Nostro stavolta fa – quasi – tutto da solo, accollandosi anche gli oneri di produzione. Chiuso nello studio del suo scantinato Steve ha dato, forse per la prima volta in assoluto, libero sfogo al proprio individualismo, elaborando arrangiamenti tra i più vari e stratificati della sua carriera; le incursioni nei generi più disparati, il frequente ricorso a sovraincisioni (novità quasi assoluta del suo repertorio), l’utilizzo più frequente di effetti elettronici rendono questo il lavoro più eterogeneo (e per certi versi ambizioso) finora sfornato in solitaria da Malkmus; ma ciò che rende diverso l’album non è tanto la forma in sé.

C’è una strana tensione che attraversa le undici tracce di Face the Truth, qualcosa di impalpabile, eppure presente. Il melodismo pavementiano c’è sempre (Freeze The Saints, Post-Paint Boy, It kills), ma sembra pervaso da vibrazioni che hanno qualcosa di insolito (di adulto, verrebbe da dire). Per intenderci, l’ex Pavement non è meno gigione del solito, tantomeno serioso, anzi: suona esattamente come te lo aspetti: referenziale e classico (il folk rock della bellissima Mama o le immancabili vibrazioni Stones del singolone Baby C’mon), uguale a sé stesso ma comunque in vena di giochi (vedi la disco-funk mutante Beck-iana di Pencil Rot e Kindling for the Master) e sperimentazioni (le riuscite Loud Cloud Crowd e Malediction, tra psichedelia e popadelico d’annata), a volte fallendo il colpo (la calligrafica jam in stile tardi Sonic Youth di No More Shoes, o il pop spigoloso e schizofrenico della non memorabile I’ve hardly been), senza comunque mai rinunciare a quello scazzo semi-parodistico che sempre lo ha contraddistinto (si scoprano sornione citazioni nascoste di Rod Stewart e Kiss, per chi ha l’orecchio particolarmente allenato).

Cosa resta alla fine? Resta la strana sensazione di sentirlo incazzato, Stephen. Forse l’eterno collegiale è finalmente davvero cresciuto, e la consapevolezza (a tutti i livelli) di un disco come Face The Truth ne è la prova (quasi) definitiva.

16 Maggio 2005
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