Recensioni

7.7

Tra le cose che ci si potevano aspettare da una collaborazione tra due protagonisti assoluti dei Novanta alternativi come Stephen Malkmus e Beck, forse la migliore è accaduta davvero. Ovvero, la visione sonica di Mr. Hansen – qui in veste di producer  – e quella dell'ex-Pavement si fondono come due immagini sovrapposte, armoniche ma impercettibilmente sfalsate, e alla fine – come è giusto – a prevalere è quella del rocker di Santa Monica, che in questo disco – il quinto e migliore firmato assieme ai fidi Jicks – azzecca forse la sua più sbrigliata incarnazione.

Se trova sostanziale conferma la piega psichedelica che si è andata definendo nella decade abbondante di carriera solista, su di essa pare altresì posarsi la glassa serafica di chi ha raggiunto una nuova e inedita fiducia nei propri mezzi. Tanto da accantonare l'ansia di mostrarsi all'altezza anzi più forte di quel passato che ben sappiamo, tornato ad essere un patrimonio prima che un ingombro. E' un po' come se il buon Stephen si fosse immerso nello stesso lago denso che fruttò a Beck la ponderata irrequietezza di Sea Change, uscendone a suo modo pacificato, per certi versi compiuto. Il risultato è un'Americana sghemba, cazzona e sferzante ma appassionata e solida. Spesso vicina a certi esiti Wilco, quelli delle malinconie semiacustiche (l'accorata Share The Red), quelli dinoccolati (l'andazzo birbone di Tigers) e quelli delle mattane ruvidelle (il boogie'n'roll di Tune Grief).

Proprio come nel miglior repertorio della band di Tweedy, è palpabile il senso di spaesamento consapevole e furore composto in vista d'una mezza età che sa guardarsi indietro, dentro e intorno senza fare sconti (in primo luogo a se stessa). In questo senso, una solida coerenza sottende l'arco emotivo che va dal sarcasmo screanzato di Senator al trasporto allibito (massimamente beckiano) di Asking Price, passando dalla puncicata Stones ammorbidita Gram Parsons di Gorgeous Georgie e dal torpore folk-rock – vagamente Fred Neil – di No One (Is As I Are Be) e Long Hard Book (perturbazioni Seventies incluse). Senza scordare l'indie pop fuori giri – più disincanto che abbandono – di Stick Figures In Love (da qualche parte tra This Might Be Giant, Vaselines e La's), i fantasmini Spirit e Moby Grape di All Over Gently , l'indolenza scafata di Brain Gallop e quella estatica di Fall Away. Un disinvolto peregrinare estetico che individua in scioltezza gli estremi tra il fiabesco spacey-psych – figuratevi i Flaming Lips immersi nella lanolina – della strumentale Jumblegloss e l'obliquità scabra – i Nineties trapanati garage psych – di Spazz.
 

C'è insomma una sorta di magia in questo disco, e credo risieda principalmente nella dimensione che ha saputo imporsi: una sintesi spigliata tra azzardo sbruffone e profonda consapevolezza, tra fluidi carotaggi stilistici e congiunture contemporanee, tra impertinenza esistenziale e più o meno implicita crepuscolarità. Proprio quello che ti aspetti da uno che si ostina (artisticamente) a vivere nella proverbiale linea d'ombra che unisce e separa il ragazzo dall'adulto. Non è da tutti giocare al fanciullino eterno ventottenne – come confessa lo scanzonato scozzo errebì/power pop di Forever 28 – senza sembrare patetici anzi ricavandone una cazzuta chiave di lettura. Infatti Stephen Malkmus non è uno qualunque. Ok, non ci voleva certo Beck per scoprirlo. Ma ha dato una grossa mano, mi pare.

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