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La cornice è di quelle importanti: siamo alla Rocca Brancaleone, al Ravenna Festival, ultimo appuntamento della rassegna Weird Tales, organizzata dalla rinomata kermesse di musica classica – la presidentessa è Cristina Mazzavillani, moglie di Riccardo Muti –, in collaborazione con Bronson Produzioni.

Yuri Ancarani, film maker e artista visuale tra i più noti in Italia, più Stephen O'Malley, dei Sunn O))), instancabile sperimentatore e molto altro. Assieme presentano “Bora”, spettacolo dal vivo consistente in un film girato dal primo e musicato live dal secondo, in un'ottica che sta a metà tra il cinema muto e il lavoro di ricerca.

Prima di “Bora”, però, e davvero non si può non citarlo, viene proiettato “Il Capo”, cortometraggio dello stesso Ancarani in concorso lo scorso anno alla Mostra del Cinema di Venezia. Ambientato in una cava di marmo, a Carrara, sono dieci minuti di purissima magia. E non aggiungo altro, se vi capita, non lasciatevelo sfuggire. Applausi.

Poi sale sul palco Stephen O'Malley. Attorniato dalla solita murata di amplificatori, beve un sorso di vino e prende in mano la chitarra. È pur sempre un metallaro al Ravenna Festival, e non a caso, durante la sua esibizione, alcuni sprovveduti lasciano l'arena, probabilmente spiazzati (anche) da quel che appare sullo schermo.

L'immagine infatti è praticamente fissa, immobile: uno squarcio di Carso su cui beffarda s'innesca una parodia della sigla della Paramount, con tanto di stelline che girano. E il bello è che il tutto dura almeno dieci minuti, mentre SOMA, con la chitarra, disegna i suoi soliti scenari post-apocalittici incastonati però in una dimensione ironica, come una risata dissacrante di fronte a tutti noi. L'esecuzione, tuttavia, è di grandissimo livello. Il suono ti entra dentro, viscerale. Poi l'immagine sfuma, ed inizia il film vero e proprio. “Bora” è stato girato principalmente nella Val Rosandra, vicino a Trieste, ed è un documentario di circa trenta di minuti dedicato (appunto) alla bora, vento gelido e friulanissimo che in questo caso è anche metafora della natura e quindi della vita.

Il montaggio è serrato e impetuoso, sono questi paesaggi piegati dal vento, in cui la vegetazione si è abituata inevitabilmente a dover prosperare in un ambiente ostile e irrimediabile. Nelle inquadrature più ristrette, sembra davvero di entrare dentro lo schermo, e la fotografia, gelida, ti perturba. Stephen O'Malley, più pacato rispetto al suo momento di improvvisazione, tratteggia qualche arcaico suono con l'archetto, come a difendersi dalla bora. Il crescendo si gioca infatti sulla triangolazione tra immagini video, improvvisazione chitarristica e field recordings, con il rumore del vento catturato con strumenti d'avanguardia. Magnifica, e quantomai evocativa, la sequenza finale: straziante, ma vitale. Come la vita, in fondo. Di nuovo applausi. A Yuri Ancarani, a Stephen O'Malley, ma anche al Ravenna Festival e a Bronson Produzioni. La qualità paga. Sempre.

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