• Mar
    04
    2013

Album

Stylus Records

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Ci sono band che, a livello personale, saranno sempre legate ad un determinato momento storico della mia esistenza. Quando penso agli Stereophonics la mente vola sempre al 1998-1999, quando le Local Boy in the Photograph, le Just Looking, le The Bartender and the Thief e le Mini Cooper/Italian Job del video Pick A Part That’s New andavano di pari passo ai miei primi approcci con i media specializzati, all’epoca alla ricerca dei nuovi Oasis.

Ricordo quindi con una punta di nostalgia gli esordi altisonanti di una band che poi fino alla metà degli anni zero ha cavalcato con furbizia la scena post-britpop trovando sempre la hit radiofonica (Have a Nice Day, Maybe Tomorrow, Dakota) in grado di garantire buona visibilità e successo. Poi un paio di album meno fortunati (i dimenticabili Pull the Pin e Keep Calm and Carry On), la tragica morte nel 2010 del batterista storico Stuart Cable e l’abbandono nel 2012 di Javier Weyler, otto anni dopo aver sostituito lo stesso Stuart. Sintomatologia di una parabola discendente senza segnali di ripresa.

Segnali di ripresa che a conti fatti non arrivano neanche con Graffiti on the Train, l’ottavo album della band gallese guidata da Kelly Jones. Il primo lavoro senza l’appoggio della V2 – esce per la Stylus Records da loro fondata – rappresenta comunque un inizio di una nuova fase, probabilmente meno fortunata, caratterizzata da una maggiore libertà espressiva.

In Graffiti on the Train non mancano gli episodi in cui vengono lasciate in disparte le sonorità tipiche del gruppo: Roll The Dice e il suo r&r con tanto di fiati e coriste, il retro-blues di Been Caught Cheating, l’imbrunire ascustico di Violins and Tambourines e orchestrazioni che, mai così presenti, vanno di pari passo con il background cinematico del disco (Kelly voleva realizzare anche un film durante la scrittura) e supportano discretamente un comparto strumentale che mostra tutti i pregi – e i difetti – dell’esperienza. Va apprezzata quindi la volontà di tentare soluzioni alternative e/o di utilizzare strutture che in occasionalmente escono dal classico gioco tra strofa, ritornello e ponte. Novità che purtroppo vengono spesso messe in ombra da brani piuttosto banali come Indian Summer o We Share The Same Sun.

Nel complesso Graffiti on the Train convince ed incuriosice di più rispetto al precedente Keep Calm And Carry On, ma non decolla mai e difficilmente cambierà le sorti artistiche di Kelly Jones e compagni.

11 Marzo 2013
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