• Feb
    01
    2003

Album

Blue Rose Records

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L'obiettività va (quasi) a farsi fottere di fronte a questo signore gentile, dalla mite ruvidezza e la silouette stropicciata di un angelo wendersiano. Ma in fondo vi interessa davvero leggere qualcosa di obiettivo? Devo proprio sforzarmi di esserlo? C’è poco da fare, e in ogni caso vi avverto: con tipi come Steve Wynn non mi riesce proprio, nutro un incrollabile rispetto e fin troppo profonda simpatia per la naturalezza con cui riesce a far convivere – parlo di stile, scrittura e interpretazione – eleganza efebica e clangore ipnotico, assorta gentilezza e rock’n’roll irredento, sordido iperrealismo e febbrile disincanto.

A chi si fosse perso le puntate andate in onda ormai più di vent’anni fa sul canale Paisley Underground, basti sapere che i Dream Syndicate sono stati uno dei più eccitanti ensemble che abbiano mai calcato palchi e studio di registrazione (più che lo straordinario The Days Of Wine And Roses, sarebbe il caso di recuperare il clamoroso Live At Raji’s, poi ne riparliamo). Finita quell’avventura, i novanta del Wynn solista sono trascorsi in un limbo di sogni (e poi di etichette) minori, finché il doppio monumentale Here Comes The Miracle del 2001 non ne ha annunciato il magnifico risveglio. Grandi pezzi, energia sferzante, mood intenso, e quegli irresistibili aromi – giustamente trapassati e per questo ancor più inebrianti – di vino e rose.

Fu una bellissima sorpresa, proprio come questo Static Transmission è una eccellente conferma: certo, rispetto al predecessore mette molta meno carne al fuoco, ma in compenso può dirsi un lavoro più compatto, attraversato da un unico tocco vibrante e da sonorità fragranti, sospese tra le asprezze, gli umori e i bagliori di take genuini, ottimamente catturati dal buon Craig Schumacker (sound engineer già all’opera per Calexico e Giant Sand). Sia chiaro, in questi 52 minuti non ci imbattiamo in una sola nota che suoni davvero nuova (nonostante certe stratificazioni elettroniche siano pressoché inaudite in Wynn), eppure da ogni pezzo fuoriesce quell’impronta inconfondibile, un vedere le cose con la tensione giusta, mix di sarcasmo, timore e adrenalina ben sostenuto dai Miracle 3 (Dave De Castro al basso, Linda Pitmon ai tamburi e Jason “freak” Victor alla chitarra blackmoriana, più il frequente contributo dell’ex-Green On Red Chris Cacavas impegnato in tastiere e chitarre), band dagli artigli a misura d'uomo e dalle inquietudini più o meno addomesticate.

Undici pezzi, più una ruspante ghost track e un bonus cd (almeno nelle prime edizioni) contenente foto, video e tre ragguardevoli pezzi inediti: niente male, eh? Scendendo nei dettagli, il polso batte lento la nebbiosa mestizia di Maybe Tomorrow (sostenuta da un bel quartetto d’archi) e What Comes After (struggente ballata più o meno direttamente pervasa da sentimento post-undicisettembre), cavalca il caracollante sarcasmo catchy di California Style e Hollywood, s'imbizzarrisce e sussulta con Candy Machine e One Less Shining Star (sintonizzate sulle sfrigolanti frequenze del Monster remmiano), mentre Keep It Clean (sordido recitato, piano rabbrividente, plateau di corde in fregola feedback) e soprattutto Amphetamine (torrido motorismo, melodia a precipizio, inseguimento di chitarre su lancinanti autostrade) spendono quel che devono sul fronte dell'acidità, vero e proprio dark side indossato con disarmante fatalismo e sagace noncuranza dal compassato Steve.

Si mantengono nei ranghi di una gustosa dignità The Ambassador Of Soul (irriverente tempo medio riscaldato dalla vibratile tastiera di Cacavas) e Charcoal Sunset (folk crepuscolare carezzato da un vento nomade, con bellissime profondità d’organo e un testo che stringe il cuore stesso dell’opera), mentre la conclusiva A Fond Farewell ci congeda stemperando una tensione di corde loureediane tra vibrafoni spizzicati, refoli d’armonica, synth lattiginosi, riverberi periferici e soprattutto quella voce trattenuta sottopelle, ad iniettarci la gravità speranzosa, l’amarezza vigile, la vitalità morbida e invulnerabile di questo ex sindacalista dei sogni.

E’ insomma un album ben innestato nell’aria cupa dei tempi, eppure geneticamente positivo, aggrappato alla voglia mai arresa di raccontarsi nella piena consapevolezza dei mezzi a disposizione, senza conoscere né frenesie modaiole né preclusioni per le incalzanti istanze della modernità. Tra le tante voci che l’America propone e più spesso impone, quella di Steve Wynn non è che un mormorio, il fremito di un allarme, l’ombra ancora viva di un sogno quasi dissolto: così vicina a quello che sento, oggi. 
 

23 Febbraio 2003
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