Recensioni

7.5

Lo abbiamo detto, letto e scritto centinaia di volte: piaccia o non piaccia, Kid A è stato (è) un disco cruciale. In occasione dei vent’anni dalla pubblicazione – lo scorso 2 ottobre – sono fioccate le celebrazioni e le disamine, come era lecito attendersi, ed è stato ancora più chiaro quanto il valore di quel disco di svolta andasse oltre il frangente storico in cui ha visto la luce, finendo per significare ulteriormente col tempo. Steven Hyden, giornalista e scrittore con base a Minneapolis, in This Isn’t Happening – La storia di Kid A entra nel merito di questa complessa questione senza mai perdere il dono della leggerezza, mettendo in gioco se stesso con robuste dosi di umorismo e understatement, un’angolazione che secondo i punti di vista può essere considerata il valore aggiunto o la debolezza di questo saggio. 

Se è vero che talvolta la sensazione del cazzeggio gratuito prende un po’ la mano all’autore, tipo quando azzarda la tracklist frutto di un merge tra Kid A e Amnesiac (intitolando tale album ipotetico, ovviamente, Kid Amnesiac), giochino che fa tornare in mente la dimensione dopolavorista dei forum rock pre-social (luoghi di assembramento virtuale meravigliosi e feroci per appassionati di ogni risma). Nel complesso però queste manovre di alleggerimento si rivelano un contesto ideale per apparecchiare il terreno a considerazioni più dense e profonde. Come ad esempio quelle che insistono sulla congruenza tra Kid A (nel senso di forma, sostanza e modalità di “apparizione”) e internet, in particolare riguardo a quella sorta di presentimento che spargeva alienazione su un web ancora eccitante e ricco di prospettive, facendo intravedere all’ascoltatore la distopia verso cui – adesso lo sappiamo bene – eravamo diretti. Proprio alla luce di tutto ciò che è accaduto dopo (e che sta ancora accadendo), parliamo di un disco che ha rivelato pienamente se stesso col passare degli anni, adattandosi agli eventi come fanno spesso le profezie. Ma non si trattava, è chiaro, di una profezia. 

La “spiegazione” di Kid A va cercata casomai in un un intrico di situazioni, dalle vicende personali dei cinque oxoniensi alla loro parabola artistica fino a quel momento, passando dal quadro politico/economico globale (con No Logo di Naomi Klein – uscito nel dicembre del 1999 – quale testo di riferimento) agli – sì, certo – scenari inerenti la rivoluzione tecnologica in fieri, senza scordare la particolare congiuntura in cui si trovava la musica pop tra vecchio e nuovo millennio. Tutti questi input entrarono in risonanza con le sensibilità di Yorke e compagni (ma soprattutto di Yorke) per dare vita a un artefatto inaudito, di cui è divertente rievocare assieme a Hyden l’impatto sui media (tutti chi più chi meno sconcertati, per non dire ostili, a parte l’ancora giovane Pitchfork – fondato nel 1995 – che gli assegnò il fatidico 10.0).

In un certo senso, questo libro è una biografia dei Radiohead (vengono di fatto affrontati tutti gli album, da Pablo Honey a A Moon Shaped Pool arrivando perfino ad Anima) con Kid A quale chiave di lettura e punto di fuga: non a caso Hyden lo ha suddiviso in tre parti, cioè “prima”, “durante” e “dopo” Kid A, il che significa che tutti gli album vengono trattati e letti in questa prospettiva. Ed è appunto una lettura sempre gradevole, talvolta esilarante, in certi casi necessariamente complessa, in ogni caso connessa alle vicende che hanno segnato le generazioni (X, Millennials e – massì – Z) entrate in contatto coi Radiohead, anche se l’impatto è avvenuto con modalità, implicazioni e conseguenze diverse.

L’approccio tra il caustico e l’ironico di Hyden – più di stampo inglese che statunitense, direi – non manca di abbattersi su band e dischi dell’epoca, confezionando sentenze tanto sferzanti quanto appassionate su U2, Pearl Jam, R.E.M., Oasis, Suede e The Strokes, solo per fare qualche nome. Il che conferisce al tutto quell’aria un po’ da bilancio storico, un po’ da resa dei conti, un po’ da spremitura nostalgica, che non si limita a intrattenerti (lo fa eccome) ma ti lascia in eredità qualche concetto da ponderare con attenzione.

Nel complesso è un buon saggio che oltretutto suggerisce un approccio interessante per la narrazione del rock, nel quale l’autore entra a far parte del contesto (non a caso viene citato Chuck Klosterman, il cui stile si rifà evidentemente al giornalismo “gonzo”) e agisce come collante empatico rispetto al lettore, una sorta di additivo che sposta il baricentro (e le finalità) ben lontano dall’approccio analitico della saggistica “seria” (che poi finisce spesso per sembrare solo “seriosa”). Come dire che il rock ha ancora bisogno di un linguaggio, come dire, slogato, che sappia scozzare disincanto e impudenza, lucidità e fatalismo, coinvolgimento e pensiero laterale.

Si tratta a mio avviso di un piccolo segnale positivo riguardo allo stato di salute del rock in quanto cultura. Una buona notizia per tutti quelli (io, per esempio) che questi segnali vanno cercandoli sempre e un po’ ovunque.

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