Recensioni

Quanti film conoscete che non solo in quarantacinque anni non hanno perso un briciolo del loro smalto, ma che a citarli, ispirarvisi o anche solo a indossarne la t-shirt si appaia ancora cool e non si rischi di sembrare dei nostalgici appassionati d’antiquariato cinematografico? Se diciamo che Lo squalo, il capolavoro di Steven Spielberg arrivato nelle sale cinematografiche il 20 giugno 1975, rientra in questa ristrettissima cerchia siete d’accordo? Un po’ quello che accade in musica con i Velvet Underground: quando vedete in giro gadget e memorabilia raffiguranti la famosa banana di Warhol, pensate prima al fatto che sia un disco degli anni Sessanta o a quanto sia stato fondamentale per buona parte della scena musicale successiva?

La prova indiretta di quanto sosteniamo l’ha data di recente Jordan Peele, nuovo fenomeno tra i registi e produttori americani in fatto di horror e commedia. Nel suo Noi, uscito al cinema l’anno scorso, faceva indossare a uno dei bambini protagonisti proprio la t-shirt con la celebre locandina di Jaws (il titolo originale de Lo squalo), come se si trattasse di un videogioco appena uscito o del disco di un trapper improvvisamente divenuto celebre grazie alle visualizzazioni su Youtube. Nemmeno per un attimo quell’immagine ormai vintage e assurta a simbolo di sublime pop art stonava col contesto di un film ambientato ai giorni nostri e che trattava di rogne – il razzismo, le diseguaglianze sociali – purtroppo attuali più che mai. Il segreto, in fondo, è tutto qui: sapersi perpetuare nell’immaginario collettivo lungo le varie epoche. Sembra facile.

Lo squalo (o appunto Jaws, termine che nella nostra lingua significa fauci ma che se fosse stato tradotto in modo pedissequo non avrebbe reso: raro caso di intuizione felice da parte della distribuzione italiana) ha cambiato per sempre la storia del cinema. Un film per la vita, uno di quelli che ti fanno decidere cosa vuoi fare da grande, se il regista o l’oceanologo, tanto per dirne due. Se diciamo che è il film perfetto – anche, paradossalmente, nelle poche e impercettibili imperfezioni – abbiamo buone ragioni. Tanto perfetto da oscurare perfino il romanzo da cui fu tratto, il best seller omonimo scritto da Peter Benchley e pubblicato nel 1974. E tanto perfetto da sfuggire, almeno finora, alla mania dilagante dei remake, reboot, rehash, o che dir si voglia. E il motivo è semplice: chi avrebbe il coraggio di misurarsi con un’opera del genere sapendo in partenza che dal confronto uscirebbe massacrato? Ed è perfino superfluo ricordare come il capolavoro del regista di Cincinnati sia ancora superiore, oltre che ai tre sequel da esso generati (anche se Lo squalo 2 non era malvagio e potrebbe addirittura essere considerato il vero iniziatore del genere slasher in USA), a quasi tutti i suoi squallidi epigoni più o meno dichiarati usciti nel corso degli anni, da Blu profondo a Open Water, fino alla trashissima serie dei vari Shark, Shark 3D, Meg e Sharknado (solo per citare i film sugli squali, che poi ci sarebbero anche quelli sui piranha, i coccodrilli, i serpenti, gli orsi, ecc.).

Volendo rifarci a un altro grande film avente per oggetto un mostro marino, potremmo demolire perfino un totem come John Huston. Pensateci: nel 1975 da Moby Dick a Lo squalo non erano passati nemmeno vent’anni e già il film sulla leggendaria balena bianca sembrava preistoria e impallidiva – è proprio il caso di dirlo – di fronte alla bestiaccia spielberghiana (motivi? Gli effetti speciali, certo, ma anche il ritmo narrativo, la fotografia e quella patina da film storico sulla scia di pellicole come Ben Hur e I dieci comandamenti che – in virtù della loro natura intrinseca – nascevano già “vecchie”); oggi invece che da Lo squalo è passato quasi mezzo secolo, ancora tremiamo, palpitiamo, ci esaltiamo e ci sorprendiamo di fronte a certe scene, arrivando addirittura a chiederci come sarebbe andata se in questo o quel frangente fosse successa questa o quell’altra cosa. Incredibile.

Ed è sorprendente che tale risultato fu raggiunto senza l’ausilio della computer grafica, che ovviamente all’epoca ancora non esisteva. Il mostro era semplicemente un animatronic – che la troupe aveva simpaticamente rinominato Bruce – il quale veniva immerso nell’acqua e, comandato a distanza, viaggiava su dei binari adagiati sul fondo marino. Non solo. Sotto la zona mediana del corpo era sistemato un congegno rotante che consentiva all’enorme pupazzo di muoversi su e giù dandogli modo di fare capolino con la testa al di sopra della superficie (la lezione proto-fantascientifica e illusionistica di Georges Méliès era ancora valida). Potete immaginare le difficoltà nel girare le scene in mare aperto, con le correnti e tutto il resto. Tant’è vero che il film costò una fortuna, con la spesa che lievitò parecchio in corso d’opera. E sempre alla regia si dovette la ridefinizione dei canoni del filone fanta-horror per cui il mostro non veniva inquadrato – se non per pochi e rarissimi fotogrammi – per buona parte del film, giocando interamente sulla suggestione e svelando del tutto l’animale solo nelle scene finali: dopo Spielberg lo faranno tutti. Di più. In certi momenti la macchina da presa acquisiva addirittura la soggettiva dell’animale (qui però a fare scuola per l’uso di questa tecnica in ambito thriller fu Michael Powell con il suo L’occhio che uccide, 1960).

Ma nonostante il budget da colossal e gli incassi da capogiro, Lo squalo manteneva intatto quel retrogusto da film indipendente, una sorta di road-movie girato sull’acqua. La regia, ecco. Una lezione per schiere di cineasti venuti dopo. Era ancora lo Spielberg “ruspante”, di provincia, quello di Duel e Sugarland Express per intenderci. Ed è paradossale, visto che parliamo della pellicola che inaugurò la moda, tutta stellestrisce, dei blockbuster estivi a uso e consumo di un pubblico già allora globalizzato. Ma qui c’era sostanza. Non mancava nulla: ritmo, avventura, effetti speciali, scienza, fantascienza, dramma, commedia. E ferma restando la propensione tutta hollywoodiana all’esagerazione di taluni aspetti, il racconto era corroborato da dati scientifici, reali, che facevano venir voglia di conoscere tutto degli squali, del loro habitat, delle loro abitudini, del loro modo di riprodursi, al di là del fatto che si potessero considerare questi animali delle macchine seminatrici di morte (la qual cosa ovviamente non era vera). Per non parlare della colonna sonora di John Williams, con il tema principale che è probabilmente la più famosa e terrificante sequenza di due singole note della storia del cinema, tant’è vero che la soundtrack si aggiudicò un Oscar (in totale le statuette vinte dal film furono tre, ma le altre due – per sonoro e montaggio – erano più “tecniche”).

Ma anche i dialoghi e i caratteri dei personaggi erano accuratissimi. L’origine letteraria dello script giocava a favore, ma gran parte del merito fu di Carl Gottlieb (che nel film compare anche in un cameo, al pari di Benchley), il quale riscrisse molte scene accentuando la componente suspense e thriller, ma anche quella ironica, tanto che le differenze tra libro e pellicola alla fine saranno sostanziali. Di invariato resteranno la prima parte ambientata sulla terraferma – l’immaginaria isola di Amity (in realtà quella di Marta’s Vineyard, nel Massachusetts) sconvolta dalle uccisioni in serie, con gli albergatori e i ristoratori in ansia per l’imminente stagione estiva, il sindaco che non vuole chiudere le spiagge e i pescatori in competizione tra loro per aggiudicarsi la taglia sulla testa di quello che è diventato il nemico pubblico numero uno – e la seconda collocata in mare aperto, ad acuire il senso di smarrimento e impotenza dell’uomo di fronte alla natura, bella ma anche atroce. Come il romanzo, anche il film nella prima parte era “affollato”, con un gran numero di personaggi e comparse a interagire tra loro, e nella seconda incentrato unicamente sulle figure dei tre protagonisti – lo sceriffo, il pescatore e lo scienziato – che si avventuravano in mare aperto convinti di andare a caccia dello squalo, quando in realtà sarà lo squalo a dare la caccia a loro.

Era nell’incontro/scontro tra le diverse personalità che emergeva la bravura dei tre protagonisti, su tutti il compianto Robert Shaw, morto nel 1978 per un attacco cardiaco e uno degli attori più sottovalutati della storia di Hollywood (avete presente La stangata? Lui era lo “stangato”). Ne Lo squalo vestiva i panni di Quint, l’anziano lupo di mare, nonché capitano del suo diroccato peschereccio ribattezzato Orca e che si rivelerà fatalmente inadeguato ad affrontare il mostro (vi dice niente la mitica frase: «Ci serve una barca più grossa»?). Quint era una versione moderna del capitano Achab di Moby Dick. Come lui, prendeva la faccenda sul personale, al di là dell’aspetto pecuniario relativo al premio riconosciuto dalle autorità per la cattura dell’animale («10.000 dollari per me, e per me solamente; e io vi porto la testa, la coda e tutto quello che c’è in mezzo», diceva nel film), e proprio come il comandante del Pequod finirà vittima della sua stessa ossessione, anche se – purtroppo per lui – la sua morte sarà molto più cruenta e dolorosa (in teoria staremmo facendo spoiler, ma è pur vero che se non avete mai visto questo film forse qualcuno dovrebbe spiegarvi che a fine Ottocento hanno inventato una cosa chiamata cinema).

Gli altri due protagonisti erano Roy Scheider e Richard Dreyfuss, altri due che in carriera hanno raccolto meno di quanto meritassero. Il primo interpretava lo sceriffo Martin Brody, colui nel quale lo spettatore s’identificava subito, l’uomo qualunque, il poliziotto buono con vaga propensione all’alcol (secondo un cliché molto in voga nel cinema statunitense degli anni ’70: è in quel decennio che pullulano i film sul crimine nelle città americane, da Il braccio violento della legge a Il giustiziere della notte, a Quel pomeriggio di un giorno da cani, ai film sull’ispettore Callaghan), quello che degli squali non sapeva niente ma a cui spettava dare la caccia, perché lui era la legge. E nei panni della legge vincerà, misurandosi quasi a mani nude col terribile pescecane, ossia quella perfetta macchina della natura che non faceva che «nuotare, mangiare e generare piccoli squali». Il secondo vestiva invece i panni di Matt Hooper, un giovane e brillante biologo marino inviato ad Amity per aiutare la comunità locale a liberarsi della belva pinnata, il “pescecanologo” tutto teoria e poca pratica che riusciva in extremis a convincere Quint a imbarcarlo sull’Orca insieme a Brody come «zavorra» nell’imminente battuta di pesca.

Alla fine saranno proprio Brody e Hooper a salvarsi (nel romanzo, invece, il secondo moriva). E se ne Gli uccelli di Alfred Hitchcock, la sfida tra uomo e natura finiva in pareggio, qui invece l’uomo vinceva, e sul filo di lana, al culmine di una delle sequenze più memorabili di tutto il cinema USA: quella che iniziava con Hooper che riusciva a mettersi in salvo al termine della terrificante scena in cui lo squalo faceva a pezzi la gabbia sottomarina in cui il ragazzo si era immerso per iniettargli (povero illuso) una dose letale di veleno; che continuava con la suddetta morte di Quint; e che culminava con Brody, il quale, rimasto da solo sulla barca che stava per affondare, ingaggiava una lotta ad armi impari con il mostro, riuscendo a farlo saltare in aria con una schioppettata all’indirizzo della bombola d’ossigeno che era riuscito a fargli addentare. A quel punto Hooper, che nel frattempo era rimasto sul fondale in attesa di tempi migliori per riemergere, riappariva in superficie e tutti e due i sopravvissuti se ne potevano così tornare a riva a nuoto con l’ausilio, per restare a galla, dei mitici barili gialli diventati anch’essi simboli del film. Che poi, il ritorno a casa sui titoli finali era un po’ la metafora dell’esistenza: tutti noi, in quest’oceano pieno di squali che è la vita, abbiamo un’isola verso cui nuotare per andare a rifugiarci. Perché «un’isola è un’isola solo se la guardi dal mare».

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