• Gen
    01
    1972

Classic

Tamla

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Steveland Judkins attraversa i sessanta da ragazzino prodigio sulle tracce del re del soul Ray Charles. Diversamente da “The Genius” è cieco dalla nascita, causa il troppo ossigeno esalato dall’incubatrice. Con i seventies sboccia il vero Stevie: polistrumentista, autore prolifico, cantante generoso e duttile, prima aggiusta il tiro con Where I’m Coming From (1971), poi – dal ’72 al ’76 – solo capolavori al suo arco. Cinque dischi che si ascoltano come un solo maestoso inno all’amore in diretta dall’anima. Si fosse fermato allora – magari in seguito al brutto incidente d’auto del ’73 – sarebbe stato un pazzo, avrebbe rinunciato ad un mucchio di soldi e alla cosa che più amava (forse più della stessa vita), ma gli annali lo avrebbero accolto come leggenda pura, cristallina, con legittime ambizioni d’assoluto.

Di quel mazzo di preziosi – da Music Of My Mind a Songs In The Key Of Life – nutro un affetto particolare per il primo. Non perché sia il migliore (la palma toccherebbe forse a Talking Book), ma per l’incosciente, fiera, accorata autarchia che lo muove. Anche se ad ascoltarlo non si direbbe, anche se è sbalorditivo, questo disco Stevie lo suonò quasi tutto da sé, nota per nota. A parte un assolo di chitarra di Buzzy Felton e uno di trombone di Art Baron, nient’altro che Wonder. Fu una specie di rito, la celebrazione di una rinascita artistica, legalmente sentenziata dal nuovo contratto strappato alla Motown che gli riservava – finalmente maggiorenne – il pieno controllo artistico (e ideologico) dei propri lavori.

Il suono è strutturato ma straordinariamente lieve, ti avvolge finché non ti coinvolge, ti abbraccia finché non ti penetra. Prendete la quasi-beatlesiana Happier Than The Morning Sun, il dipanarsi piano di una melodia floreale su tappeto d’arpeggi argentini: sembra una gradevole inezia, poi ne scopri il peso specifico – filamenti incandescenti di clavichord, la grana sognante di quella voce raddoppiata, il mormorare madreperlaceo del basso (che è poi un organo “travestito”) – e sei rapito per sempre. Una prospettiva stretta che coglie umori minimi, sia pure, ma li fa vivere d’una brillantezza prodigiosa.

L’amore è sempre in primo piano, esplorato e vivisezionato con una fame che quasi imbarazza. Ma il brontolio dei tempi cova nell’ombra, come dimostra la frase in dissolvenza alla fine dell’asprigna Sweet Little Girl, parole appena percepibili però mollate come uno sputo: “don’t make me get mad and act like a nigger”. Inutile sottolineare dove e quando e cosa avvenisse, quale guazzabuglio di tensione e frustrazione, rivalsa e sconfitta abitasse l’anima dei neri d’America. Stevie non declama, non è nelle sue corde. Sceglie di raccontare storie, trasfigura tutto in una tavolozza di suoni, lascia scorrere il suo sguardo (!) inaudito.

Il suono, dunque: un continuo sbocciare di trovate, inflessioni, invenzioni. Come il leggero vocoder che sprimaccia la voce in Girl Blue, tropicalismo indolenzito immerso in un soffice caos di percussioni, punture di clavichord, sbuffi & riccioli d’armonica. O come la caleidoscopica disciplina funky-soul dell’iniziale Love Having You Around, con quel finale che sublima liquido in aereo e viceversa. Il meglio tuttavia arriva con Keep On Running, un reggae dall’urgenza micidiale, energia tenuta al guinzaglio che crepita nelle increspature del clavinet, dell’organo, nel brontolare vetroso del piano, nei cori e nella guizzante ovvietà dei clap-hand. Energia a ondate, flussi e riflussi ricamati senza freno.

Evil suggella la questione col suo gospel reso cosmico da uno stordente synth floydiano, breve sviluppo di un crescendo lineare, invocazione al male perché spieghi e si spieghi, perciò senza speranza, per quanto Stevie si strappi il cuore dal petto. Un cuore grosso così.

2 Novembre 2004
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