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7.1

Cresciuto in una famiglia di minatori a Buffalo Creek, West Virginia, e rifiutato per il servizio militare in Vietnam a causa dell’epilessia, Stone Jack Jones è esattamente come te lo aspetteresti: un cantastorie solitario e ramingo, di quelli che le circostanze, gli eventi, o semplicemente la vita, hanno portato a errare fino alle frontiere del mondo, e ad osservare, di conseguenza, la varia e minuta umanità che lo popola. Ancestor, il disco con cui il Nostro si ripresenta dopo ben otto anni dal precedente Bluefolk, nasce dallo stesso immaginario, da quell’America profonda e senza confini presente nelle pagine di Kerouac e Jack London. Highways e deserti, città-fantasma e ruderi dismessi: Ancestors è un album che parte – e non potrebbe essere altrimenti -dagli archetipi secolari tanto del blues americano quanto degli standard cantautoriali dell’old time music, arrivando a costruire brani immersi nella coltre antica del folk più essenziale e oscuro.

A cominciare dalla scarna ninna nanna dell’opening O Child, ci troviamo di fronte ad un songwriter che non ha nulla di contemporaneo, ma che riesce lo stesso a dimostrare una classe molto attuale e senz’altro riconoscibile. Nessuna pretesa di ricerca o innovazione, ma soltanto brani portatori di una malinconia senza tempo, costruiti ad esempio sull’inquietudine alt-country di Jackson, o sul coro di fantasmi di Black Coal: a unire il tutto, la sghemba armonia dell’acustica e una voce ruvida e profonda, veicolo delle leggende e delle storie di cui Stone Jack Jones vuole farsi narratore. Proprio la voce richiama alla mente lo stesso blues crepuscolare e fumoso del primo Lanegan altezza Whiskey For The Holy Ghost e Scraps At Midnight, con cui Jones condivide soprattutto le stesse immagini e gli stessi modelli di riferimento. Pur variando di poco umori e atmosfere, altrove troviamo anche spiragli di languido jazz – come in State I’m In, a cui partecipa anche Patty Griffin alla voce – e chiaroscuri black e gospel, come dimostrano Joy e Marvelous.

Arricchito dalla presenza di ospiti illustri quali Ryan Norris, Scott Martin e Kurt Wagner dai Lambchop, il resto del disco prosegue lungo i sentieri polverosi e scarnificati di un folk minimalista e tradizionale, anche se tutt’altro che banale, ma anzi capace di episodi intensi e ben costruiti. Semplificando, niente di nuovo, soltanto – e non è poco – un disco che non tradisce le aspettative, e che, soprattutto, va ad inserirsi con classe e personalità tra gli innumerevoli tasselli dell’alt-folk americano.

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