• feb
    24
    2017

Album

Merky Records

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La next big thing del grime (Novelist permettendo) è arrivata al momento della verità. Ci è arrivata con tutte le carte in regola per fare bene, con la giusta dose di hype e nel momento di massima fortuna per il rinascimento del genere. A pochi giorni dall’ultimo (e ottimo) disco del padre putativo Wiley, sembra quasi che l’esordio di Stormzy abbia già bissato – se non superato – ancora prima di uscire davvero il successo di Konnichiwa di Skepta dell’anno scorso. Ma, lo ripetiamo, è giustissimo così. Il talento del ragazzo (classe ’93) è cristallino, e il pezzo lanciato per anticipare il disco (Big for Your Boots, con un beat pazzesco, un flow tecnicamente portentoso e un range vocale che esalta tutte le potenzialità di Omari) è una bomba assoluta.

Ecco però che arrivati finalmente al momento dell’ascolto, si capisce che Gang Signs & Prayer rischia portare Stormzy ancora più in alto di così. Perchè non è semplicemente la raccolta di smahing bangerz che più o meno tutti si aspettavano, e che sarebbe stato giusto e prevedibile fare. È anzi un disco ambizioso e coraggioso, che limita le tirate puramente grime ad alcune (superbe) tracce – Cold, la già detta Big for Yopur Boots, Mr Skeng, Return of the Rucksack – e spazia invece per il resto della scaletta in territori (per lui) nuovi e che non era troppo lecito aspettarsi.

Ecco allora che dopo il Kanye di The Life of Pablo e il Chance the Rapper di Coloring Book, a sorpresa anche Stormzy riprende in mano il gospel e lo fa evitando sia la frammentarietà del primo che l’eccesso di zelo del secondo. Firma invece una piano ballad a là Stevie Wonder minimale e dimessa (Blinded by Your Grace), in cui canta (!) quasi a cappella un testo raccolto e sicuramente basico, ma sincero e sentito. Lo si sente direttamente dalla sua voce, insicura ma non incerta, che non è affatto quella di un cantante ma proprio per questo riesce ad arrivare al 100%, indipendentemente da una sovrastruttura tecnica evidentemente mancante. Quindi fa niente se Stormzy non è e molto probabilmente non sarà mai Frank Ocean (è lui stesso a dirlo), come Kanye riesce ad essere credibile in One Love così questa improbabile ma genuina scampagnata in zone inesplorate è per Stormzy una delle chiavi che porteranno questo esordio alla fortuna nonostante alcune chiare lacune. Una su tutte la durata, che arriva ai 60 minuti con qualche vago momento di stanca e un paio di episodi meno a fuoco. Al gigante – con quel fisicone potrebbe tranquillamente giocare da esterno in NBA – inglese si finisce però col perdonare un po’ tutto, avvolti ed esaltati dalle infinite pieghe di un disco che se la viaggia con stile, classe e riuscito eclettismo un po’ dovunque. Anche le produzioni conquistano senza troppe riserve: qualche rullantino trap liofilizzato che sbuca qua e là (nella programmatica opener First Thing Firts echeggia pure qualche SKRRRR, orrore!) e fioriti giri di piano a vivacizzare la palette (Cigarettes & Cush, ovvero come rendere perfetta una relazione sentimentale semplicemente strafacendosi perennemente di erba, facile no?), e un po’ di camei di qualche altro giovinotto londinese da tenere d’occhio (vedi Mura Masa).

A conti fatti resta impossibile non premiare il coraggio (e la parallela ottima qualità generale) di una scelta che – scansando il compitino che pure sarebbe stato un annunciato successo – pone Stormzy da subito sotto una luce diversa. Quella di un MC portentoso che ambisce però ad affermarsi su un livello superiore, e che già qui dimostra di avere tutte le potenzialità per farlo come si deve.

2 marzo 2017
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