• mar
    01
    2011

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Rough Trade

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Angles arriva dieci anni dopo quel fulminante esordio che fu Is This It e a cinque anni di distanza dall’ultima prova della band, il moscissimo First Impressions Of Earth. Sarebbe anche troppo facile allora liquidare la faccenda come un goffo tentativo di tornare in pista con la scusa di mettersi in gioco. Ma altrettanto sbagliato. Perché qui gli Strokes si impegnano davvero, ci credono, provano sul serio a smarcarsi da se stessi (pur mantenendo fortissima la cifra della loro riconoscibilità; la voce di Casablancas, le chitarrine sgrattuggine ma in fondo pulite) e a maturare come gruppo creativo (con quello che infatti è il più collettivo dei loro album; Hammond Jr. e Fraiture forti delle rispettive esperienze solistiche). Una strada quasi obbligata per una band che, salvo un momento di ispirazione speciale, non poteva più limitarsi a riproporre la fotocopia del proprio suono e dei propri modi. Sommariamente meno rock e più pop, meno essenziale e più sfaccettato, il disco mette in scena un (impossibile) ritorno alla spontaneità che fu, nutrendosi però di suggestioni diverse: richiami all’elettro-pop Ottanta più melodico (sui quali era tutto costruito il Casablancas solista); strizzatine d’occhio al folk e alla psichedelia; tentativi di inspessimento del suono che orecchiano certo glam-prog enfatico alla Muse (vero punto debole di tutta l’operazione).

I ragazzi riescono bene allora quando miscelano orecchiabilità immediata (l’opener Machu Pichu, reggaettino Ottanta nelle strofe e inciso strumentale che guarda a mondi latin tra Babe Ruth e Santa Esmeralda) e pop-rock con abiti casual (lo scanzonato uptempo del singolo Under Cover Of Darkness; la diafana ballad per “amanti moderniLife Is Simple). Sono divertenti quando affondano nella naivete New Romantics (Two Kinds of Happiness, Games), giocano a sperimentare come possono (Call Me Back, intro con chitarrina quasi bossanova e finale lennoniano con valzerino deformato) o dicono di credere ancora nel R’n’R (il quadretto oldie soft-rollingstoniano Gratisfaction). Annoiano invece a morte quando si autoplagiano (il riempitivo firmato Valensi Taken For A Fool) e si fanno letteralmente odiare quando cercano di proporsi scuri e minacciosirisultando invece solo monocromi e monotoniandando giù di arpeggini, giri di basso e ritmiche pestate che imitano Muse e simili (la claustrofobica You’re So Right, annunciato secondo singolo; la schifosaci passate il tecnicismo? – Metabolism).

Siamo i primi a non amare quelle recensioni che concludono paternalisticamente con un “Non gli si può davvero chiedere di più“: ma è proprio questo il nostro caso.

15 Marzo 2011
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