Live Report

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Sono ritornati sul serio, infine, anche in Italia. Ad attenderli, all’Estragon di Bologna, una folla di fan prevalentemente dai trent’anni in su (ma si è intravista con piacere anche qualche nuova leva) che fino all’inizio dello show si è chiesta con quale brano i Suede avrebbero inaugurato la setlist, quali classici sarebbero stati rispolverati, quali sorprese Brett Anderson e compagni sarebbero stati capaci di offrire a vent’anni di distanza dalla pubblicazione del loro primo album e a poco più di sei mesi dall’uscita di Bloodsports. Un disco, quest’ultimo, nuovo di zecca, che li ha visti tornare in pista più che dignitosamente dopo una fase buia, uno scioglimento e alcune prove soliste non sempre convincenti di un frontman che sembrava ormai preda di un writer’s block permanente e irreversibile. Eppure Brett sembra persino più giovane oggi, dandy quarantaseienne dal fisico invidiabile, rispetto a quando cantava Love Is Dead e registrava dimesse cover al piano da pubblicare su YouTube per un numero sempre più esiguo di fan: la voce è la stessa che abbiamo ascoltato ormai tanti anni fa da quel ragazzo irrequieto e provocatorio di Animal Nitrate e We Are The Pigs, con la stessa voglia di raccontare a suo modo l’amore e l’alienazione attingendo da Bowie e dagli Smiths, ma senza più avere l’ansia da prestazione tipica dei debuttanti.

C’era da aspettarselo: è sempre lui, Anderson, a catturare l’attenzione, anche in una scenografia frugale che sfrutta al meglio i giochi di luce, ora accesi e vivi, ora caldi e intimi, quasi a mettere in evidenza – brano dopo brano – il rincorrersi di energia e romanticismo che da sempre distingue la proposta artistica dei Suede da quella della (seppur pregiata) “concorrenza”. Il nuovo si è intrecciato ai classici del repertorio senza sbalzi, forte della produzione di Ed Buller (non è un caso che a fare la parte del leone, nella scaletta dell’evento, siano i brani tratti dai primi tre album della band) e di una ritrovata ispirazione. C’è poco spazio per il dialogo vero e proprio col pubblico, ben centellinato nei momenti chiave del concerto: a parte brevi parentesi di interazione – anche qualche raro intervento in italiano, limitato a parole come “grazie, Bologna” e “ciao, Emilia” – è un susseguirsi frenetico, senza sosta, quello delle canzoni che Brett, Richard Oakes, Mat Osman, Simon Gilbert e Neil Codling hanno tirato a lucido. Sorprende l’attacco con Daddy’s Speeding, tratta da quel Dog Man Star che si rivela infine il disco più rivisitato e di cui la band sembra andare maggiormente fiera dopo quasi vent’anni, nonostante la gestazione travagliata e il successo non eccezionale dei singoli estratti: non stupisce il fatto che siano stati messi da parte alcune hit moderate, in favore di deep cut meno frequentate ma in grado di scintillare anche a distanza di quattro lustri.

Parte Barriers e i fan la riconoscono immediatamente, battono le mani a tempo e intonano il ritornello: accade piuttosto spesso, nel corso del concerto, per le canzoni del loro sesto album. Anche se è innegabile che i più si scaldino davvero alle prime battute di Trash, singolo di lancio di Coming Up (il disco che ha segnato il passaggio definitivo dall’era di Bernard Butler a quella dell’allora diciassettenne Richard Oakes); tutto è ben calibrato in un impasto sonoro che privilegia le chitarre, l’anima rock, quella più inquieta e sferzante dei Suede. Sebbene le tastiere non siano assenti, il ruolo di Neil è più sacrificato rispetto ai tempi di Head Music e pertanto si alterna tra linee di synth, arpeggi pianistici laddove servono e seconda chitarra. Quando poi arriva Animal Nitrate ci si accorge di quanto, in fondo, Richard Oakes se la cavi egregiamente anche alle prese con brani che non ha firmato; l’esecuzione di Brett è ancora appassionata, oggi come ieri, ma senza gli eccessi e l’androginia sfacciata con cui si faceva notare in TV e sui magazine dell’epoca. Nessuna autoparodia, quindi, nessuna volontà di voler ricreare con precisione un’era che non si ripresenterà più, ma solo tanta voglia di essere ancora presenti, consapevoli di avere ancora qualcosa da dire, che la storia non poteva di certo finire con A New Morning (un disco confuso, sciapo, sbagliato, cui i Suede oggi guardano con un certo imbarazzo, al punto tale da non ripresentare alcun brano durante i nuovi concerti). Dopo una We Are The Pigs fedele seppur meno tronfia dell’originale (nel bene e nel male) arriva Sabotage – non un singolo, ma di certo un pezzo che tocca le corde giuste con il suo andamento alla Talk Talk (in particolare quelli di The Colour Of Spring). Il trittico The Drowners/Filmstar/The 2 of Us mescola con nonchalance le due fasi distinte della carriera del gruppo; purtroppo i lenti più intensi sono raggruppati tutti insieme, in particolare Still Life – costretta dalla circostanza a rinunciare al tappeto d’archi, sostituito dal sintetizzatore di Codling in una rilettura semiacustica – e la straziante What Are You Not Telling Me?, eseguita senza microfono dopo che Anderson ha chiesto espressamente al pubblico di non cantare, per una volta, insieme a lui. C’è chi afferma che il brano potesse essere sostituito da una più efficace Sometimes I Feel I’ll Float Away, sempre da Bloodsports, e tra le grandi assenti figurano Lazy e Saturday Night (singoli da Coming Up).

Il tempo di ricaricare le batterie e ripartire con For The Strangers e si prosegue con un tris di classici da cantare a squarciagola (cosa che puntualmente succede): So Young è ancora da groppo in gola, Metal Mickey è maliziosa nei suoi ammiccamenti glam-pop anche senza il video a corredo e The Beautiful Ones è ben impressa anche nella mente dei fan dell’ultim’ora o più distratti (perché sì, qualcuno di tanto in tanto utilizza il cellulare non solo per scattare foto o catturare brevi videoclip, ma anche per affidarsi a software che riconoscano i brani meno scontati). Non funziona la versione stripped-down di She’s In Fashion proposta senza gli orpelli elettronici che la sorreggevano e le conferiscono, nella versione in studio, un fascino particolarissimo tra wah wah distorti, drum machine dondolanti e cori in falsetto, banditi nella versione live. Ignorate del tutto Electricity, Everything Will Flow e Can’t Get Enough, ma anche un lento killer come Down – per non parlare delle B-side, che sono state spesso il punto forte del gruppo per la qualità paragonabile a quella delle hit vere e proprie. Tralasciate anche My Insatiable One, To The Birds, Killing Of A Flashboy, oltre al pregevole singolo Stay Together.

Dopo This Hollywood Life è ora di calare il sipario. Un’ora e mezza di grande musica (cui si aggiunge un’ora di musica della band di supporto, i Teleman), in uno show semplice ma equilibrato e di forte impatto: Anderson sa ancora fare l’istrione, il palco è ancora il suo habitat naturale e la band, affiatata, lo supporta a dovere. Poche le vere e proprie sorprese, nessun arrangiamento stravolto (a parte She’s in Fashion, e non con i risultati sperati): ma forse è proprio questo che ci si aspetta e che si desidera dai Suede. I ragazzi e le ragazze degli anni Novanta, coloro cui il brit-pop ha salvato la vita, sentitamente ringraziano.

16 Novembre 2013
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