Recensioni

7

Sorella di Yukimi “Little Dragon” Nagano, l’artista svedese Sumie arriva all’esordio eponimo tramite Bella Union, label inglese gemella di Sub Pop (basti pensare a un roster che comprende, tra gli altri, Beach House e Fleet Foxes), da sempre garanzia nell’ambito indie folk europeo. Paesaggi musicali distanti da quelli della sorella, dove non troviamo più tappeti synth/soul/electro, ma un tenue e misurato songwriting.

Il lavoro di Sumie, infatti, si colloca all’interno del folk più tradizionale, con rimandi che vanno dalla quiete crepuscolare e tutta british di un Nick Drake, passando per le atmosfere oniriche e sospese del Tim Buckley di Starsailor. Quello che però colpisce di questo debutto è il saper giocare con ambientazioni che spaziano da sonorità anglo-giapponesi in aria David Sylvian a composizioni più aperte che rendono i dieci brani del disco piccole perle folk/avant. Se infatti la prima parte è tutta dedicata ad una forma canzone classica costruita sull’arpeggio dell’acustica intrecciata alla tenue voce di Sumie – che ricorda una Laura Marling leggermente più profonda (Spells You, Never Wanted To Be o Hunting Sky) -, nella seconda la musicista dà prova di una scrittura convincente e, soprattutto, non banale.

Abile nel tessere giochi sonori in cui intrecciare le armonie della chitarra e la voce, il miglior pregio di quest’album è quello di fotografare l’anima dell’artista, concentrandosi su brani leggeri ed aggraziati, immersi in quel bagliore invernale e nordico che ne costituisce la vera essenza. Ne è un ottimo esempio l’inquieto crescendo in chiaroscuro di Show Talked Windows, pezzo quasi pop per l’immediatezza con cui la melodia si insinua nelle orecchie dell’ascoltatore, o anche Speed Into You, in cui è la voce soave di Sumie – delicata, senza essere sfuggente – la vera protagonista, perfettamente dosata nel contrappunto con la chitarra.

Sailor Friends, sicuramente uno dei brani più riusciti, si avvale della presenza del pianoforte per rileggere e interpretare il tema della lontananza, incorniciandolo in un mare cupo e malinconico che suggella e sintetizza il focus emotivo di tutto il disco: canzoni dagli arrangiamenti curati e impeccabili (grazie anche alla misurata produzione di Dustin O’ Halloran dei Devics), brani che fanno della semplicità la loro carta vincente, riuscendo a condurre chi ascolta nelle gelide brume di una Svezia opaca e sognante. Un bel debutto, per una cantautrice che in futuro avrà sicuramente altro da dire.

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