• Apr
    05
    2019

Album

Bronson

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Potremmo definire i Sunday Morning uno dei segreti meglio custoditi della Romagna musicale degli ultimi anni, non fosse che i quattro cesenati, pur non avendo raggiunto ancora un pubblico ampissimo, non sono più un segreto per nessuno. Nel giro di quattro album, l’ultimo è il qui presente Four, la band è riuscita nella mirabolante impresa di suonare più americana degli americani, tra irresistibili ballad folk-rock, corpose distorsioni valvolari e timbri caldissimi, talmente brava a imparare la lezione dei Grandi e a metterla in pratica alla sua maniera da far sembrare tutto fin troppo naturale.

In questa epoca strana, in cui siamo portati per abitudine a privilegiare il colpo di teatro, l’effetto speciale o il facile sintonizzarsi con una contemporaneità fatta di tecnologia e apparenza, probabilmente affidarsi a un classic rock semplicemente ben fatto – per giunta cantato in inglese, in un periodo in cui invece spopola l’italiano – non è il modo più veloce per emergere. Eppure i Sunday Morning hanno sempre avuto una marcia in più rispetto a molti altri, una sorta di volontà di potenza capace di non farsi traviare dall’attualità musicale più frivola, determinando invece una poetica solida, per quanto tradizionale. Lo si vede anche da come spiattellano senza troppe remore influenze stilistiche e accessori sonori: un brano come If I Go, per dire, che fa da introduzione a questo nuovo album, è springsteeniano fino al midollo nel cantato impeccabile di Andrea Cola e nella melodia, eppure tra un synth crepuscolare in sottofondo e il binomio basso-batteria, diventa anche qualcosa di diverso e di assai intrigante. O che dire di una Lovers & Tramps che grazie a quell’arpeggio veloce di sei corde elettrica ha già le stigmate del classico di repertorio, al pari di una Johnny o di una Carry Me Home? O magari di una Waste My Time che sembra portare i Mojave 3 in qualche pianura del Texas a suon di pennate su una chitarra acustica posta in primo piano?

Variazioni minime ma fondanti, accenti che spostano il punto di vista, aperture melodiche inaspettate, citazionismi che da un lato parlano un linguaggio noto – il già citato Bruce Springsteen, Neil Young, l’epopea del Laurel Canyon, i Big Star e pure qualche cadenza à la Eddie Vedder (May Your Heart) – e dall’altro hanno l’intelligenza di cercare quel dettaglio rimarchevole capace di acchiapparti senza ritegno o di sorprenderti. Un meccanismo figlio dell’ispirazione ma anche dell’esperienza diretta, come quella archiviata da un Cola che ha scritto la maggior parte di questi brani nei tre mesi passati a New Orleans a fare da assistente a Daniel Lanois – hai detto poco… – agli Esplanade Studio. C’è certamente più America nei solchi di Four rispetto ai dischi precedenti, e anche un’attenzione maggiore per gli spazi, le armonie e le strutture dei brani (prendete la ballad Dreamer, che sembra una finestra aperta sulla California folk dei Settanta con un John Lennon dietro l’angolo) che conferma la caratura di musicisti di grande gusto e dalle prospettive floride.

13 Maggio 2019
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