Recensioni

Eri molto carino con me: ma la nostra casa non è stata altro che un luogo di ricreazione. La mia vita! Con mio padre, una bambola-figlia; con te, una bambola-moglie. E i nostri figli, le mie bambole. Mi divertivo quando giocavi con me, come loro si divertono quando giocano con me. Ecco cos’è stata la nostra unione, Torvald.
Henrik Ibsen, Casa di Bambola, Atto III, p. 87.

Verso la metà di Miss Marx, l’ultimo film di Susanna Nicchiarelli presentato in concorso alla Settantasettesima Mostra di Venezia di quest’anno, vediamo Eleanor Marx (Romola Garai) e il compagno drammaturgo Edward Aveling (Patrick Kennedy) recitare quella che sarebbe stata poi definita come una leggendaria versione di Casa di Bambola, uno dei testi teatrali più famosi dello scrittore norvegese Henrik Ibsen del quale proprio la figlia di Karl Marx (Philip Gröning) è stata una delle prime traduttrici per la lingua inglese. Inizialmente, escludendo dall’inquadratura il contesto grazie ad una serie di primi piani, Nicchiarelli fa credere allo spettatore che i due personaggi stiano avendo davvero quella conversazione – che nella finzione sarebbero le parole monologanti della protagonista Nora – con Eleanor, che finalmente prende consapevolezza di quanto abbia sofferto l’essere stata la prediletta di uno statuario e imperituro padre e, in quel momento, la compagna non rispettata di un marito «bambino e privo di moralità» (come lo definisce lei stessa in uno slancio di onestà e invidia).

Appena finito l’acclamato spettacolo, e quindi dopo che la regista romana ha rivelato il trucco alla sala cinematografica, Eleanor e Edward hanno un dibattito con due amici storici (una è la scrittrice sudafricana Olive Schreiner interpretata da Karina Fernandez) sul finale tragico del romanzo Madame Bovary di Gustave Flaubert, anch’esso disponibile in inglese grazie alla traduzione di Eleanor; gli uomini non comprendono e ridono del suicidio di Emma Bovary, le donne no.

Mentre il precedente Nico, 1988 (2017), biopic sugli ultimi anni di vita di Christa Päffgen aka Nico, trovava una smisurata forza vitale nel “non rimanere tra le righe” e nel trasformare l’irruenza espressiva della sua protagonista in uno stile registico fascinosamente impreciso e sbilanciato, Miss Marx, anch’esso sugli anni finali di Eleanor Marx, preferisce muoversi in direzione contraria, con una superficie impostata nel segno del rigore formale da dramma storico, di una ben più tradizionale costruzione filologica del periodo mostrato (gli anni Ottanta dell’Ottocento). Sembra che siano state le due sceneggiature, con le loro antecedenti ricerche di supporto, ad aver richiesto un approccio simile negli intenti ma con diversa e opposta messa in scena: di base infatti le due protagoniste condividono l’essere state grandi e (in)dimenticate donne intenzionate a liberare la propria immagine dall’ombra soffocante di un uomo o più (l’una, Andy Warhol e Lou Reed, l’altra, Marx, Aveling e in un certo senso anche l’amico di famiglia Friedrich Engels).

Se Nico aveva cominciato la sua battaglia solo dopo aver lasciato i Velvet Underground, prendendo così la via di una travagliata carriera da solista che l’ha resa una madre errante alla fine degli anni Ottanta del Novecento, Eleanor passa dal vivere il mito dell’amore eterno dei genitori (sepolti insieme nonostante i molti lati oscuri della loro relazione) al subire le mancanze di un marito-bambino dalle tasche bucate e dalle mille amanti; significativo il fatto che sarà l’unico “fanciullo” di cui si occuperà all’interno delle mura casalinghe. Quindi, a differenza di Nico che era simbolo anarchico già nel “qui e ora”, la rivoluzione di Eleanor avrà inizio solo dopo una presa di coscienza che si materializza in un’auto-indotta dipartita, gesto romantico ma anche (e soprattutto) atto politico a conclusione di una vita in cui, paradossalmente, ha accettato (o le è stato imposto) il non-detto “privato” nonostante il detto “pubblico”: è lei la portavoce principale della lotta socialista, “megafono” per l’eguaglianza tra i sessi, la salvaguardia dei minorenni in ambito lavorativo e l’unica in grado di rimettere insieme i pezzi dell’eredità intellettuale del padre.

Ma da un punto di vista registico Nicchiarelli mostra grande abilità nel non lasciarsi andare al fascino indiscreto del ritratto storico propriamente detto, con i suoi tipici e (talvolta) stantii sviluppi. Per rendere l’idea di un percorso scomodo, sommesso e sottomesso, comunque destinato a farsi prorompente testamento per il futuro, Miss Marx avanza nel corso del suo arco narrativo una centellinata fuga dai canoni, cogliendo la lezione di Sofia Coppola e del suo imprescindibile Marie Antoinette (2006). Da una parte ci sono le brevi ma significative incursioni nella lotta politica di Eleanor, forse l’aspetto più debole del film perché tendente alla rarefazione (quando avrebbero necessitato di maggiore concretezza), dall’altra la regista rappresenta lo spirito avanguardista della protagonista con l’intromissione di fotografie ritraenti vere manifestazioni di protesta ottocentesche (e non solo) e il ribelle accompagnamento di una colonna sonora che viaggia in equilibrio tra verità e finzione, tra realismo e astrazione (in maniera simile alla sopracitata sequenza teatrale).

Attraverso le musiche dei Gatto Ciliegia contro il Freddo e dei Downtown Boys (folle la loro reinterpretazione punk de L’Internationale), i pensieri di Eleanor rimangono confinati nel fuori-campo in attesa di rendersi manifesti e Manifesto in una danza selvaggia, liberatoria, con un canto in playback difficilmente dimenticabile; per certi versi impossibile non pensare all’immagine eterea (ma rock) di Florence Welch dei Florence + The Machine.

Nico, 1988 aveva rappresentato un vero scossone nel panorama cinematografico italiano ma, grazie all’occhio ribelle di Susanna Nicchiarelli, Miss Marx ha il pregio di offrire un energico sotto-testo che striscia nelle sue contraddizioni, nel dietro-le-quinte dei silenzi, dei dettagli e delle accortezze, degli oggetti di scena e delle parole calibrate, delle similitudini esibite ma mai pedantemente spiegate, della trattenuta ma ardente recitazione di Garai. Un’opera grandiosa capace di trascendere il “suo” tempo per farsi figlia del nostro, proprio come la vita di Eleanor Marx.

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