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7.2

Ingaggiata per suonare al Carlyle Café, locale illustre e ricco di storia nonché frequentato da gente che viene da tutto il mondo per visitare New York, la cantautrice – californiana di nascita ma cittadina fino al midollo della metropoli – decide, sotto un titolo che ricorda sia Scorsese/Coppola/Allen che gli Hüsker Dü, di mettere su una scaletta a tema ad essa dedicata, «invece della solita sequenza di hits». Le quali comunque ci sono: infatti la scaletta del disco piazza subito in sequenza Marlene On The Wall e Luka, che di strettamente newyorchese non hanno molto, mentre già per l’altra sua grande hit Tom’s Diner, che incornicia la serata in chiusura (anche se poi seguono dei bis), è diverso visto che, com’è noto, parla di un luogo reale.

Così, se New York Is My Destination lo è per turismo o per le nostre ambizioni (vedi la scrittrice Carson McCullers nella canzone omonima, ovviamente in scaletta, contenuta nel recente disco veghiano a lei dedicato), possiamo passeggiare per i luoghi della città accompagnati dalla cantante nel ruolo di “the jester of this courtyard” (Gipsy) e, insieme a Gerry Leonard alla chitarra, Jeff Allen al basso e Jason Hart alle tastiere, possiamo andare «to the playground in the wintertime» a giocare a Freeze Tag (in Italia lo chiamiamo “Lupo ghiaccio”) o agli altri giochi che in questo swing ombroso diventano metafore delle varie tappe di una storia d’amore; oppure «through the park in the afternoon” (la crisi dipinta a pennellate minimali di Cracking), magari proprio a Central Park, vicino al quale si trovava l’appartamento di Frank & Ava (e non Eva, come erroneamente scritto da più parti – persino su Spotify – visto che si tratta di Ava Gardner, mentre Frank è Sinatra) quando, come ci racconta la cantante, litigavano lanciandosi oggetti – una volta gioielli, finiti in strada – scoprendo che «is not enough to be in love»: anche se in Ludlow Street tutti dicono che «love is the only thing that matters, love is the only thing that’s real», tuttavia «it’s still the hardest thing to feel».

E l’amore per la città, mescolato a quello per suo fratello Tim scomparso e ricordato in Anniversary che aleggia «around each corner, hang around each street / thick with ghosts», insieme alle «unresolving fantasies», o il primo amore, ricordato in quella Gipsy che è centrale nella mitologia della cantante (anche se qui non ne viene incluso il seguito, ma d’altronde è In Liverpool) e nella quale si parla di «pictures in your eyes of coffeeshops and morning streets», che sono le immagini che portano con sé i visitatori della Grande Mela alla fine di un viaggio in cui forse «we strangers know each other now», o i newyorchesi stessi quando, come dice Vega introducendo Some Journey, «ogni tanto c’è bisogno di lasciarla» – d’altronde New York Is A Woman, come dice in quella canzone che riesce ad essere magica partendo da un giro scontato, e «she’ll make you cry».

I tre musicisti accompagnano con buona forma, classe e precisione queste versioni, scarne in modo diverso rispetto ai suoi inizi o alle riletture della serie Close Ups e appropriatamente riempite dove ci vuole, tra una Marlene On The Wall ormai suonata più lenta (questo sì in linea con quelle versioni), una Tom’s Diner in cui gli strumenti presenti trovano un altro modo di suonare la versione dei DNA, e un omaggio al cantante più newyorchese di tutti, ovviamente Lou Reed, con una rispettosa versione di Walk On The Wild Side prima della quale la cantante ricorda quale profondo effetto ebbe su di lei e sulla sua formazione di cantautrice vederlo dal vivo da ragazza.

È una scaletta che per motivi tematici lascia fuori qualche classico e album interi, compreso l’ultimo, a vantaggio dei primi due (non solo più famosi, ma anche più legati alla città) e del penultimo Beauty and Crime (2007, il cui titolo, appunto, viene da New York Is A Woman), dalla strana chiusura in cui ad Anniversary vengono accostate altre due canzoni che hanno per tema la morte, sia pure con la vivacità e il piglio tra swing e certo Gainsbourg di Tombstone e la bossa di Thin Man; una scaletta che nonostante le esclusioni funziona bene sia come retrospettiva che come viaggio, sia pur peculiare, nella città.

E quando l’uscita del disco è stata rinviata causa Covid-19 da maggio… all’11 settembre (e lei inizialmente nemmeno aveva fatto caso alla coincidenza), il cerchio si è chiuso.

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