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    25
    2018

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To Lose La Track

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Che Pesaro avesse una vena new wave, lo si era già appreso qualche anno fa, quando chi vi scrive ascoltò per la prima volta i Be Forest. Poi fu la volta dei Soviet Soviet, dei Versailles e dei Container 47. Da ultimo, Tante Anna, sulla scia di un immaginario fumettistico che, attraverso I Quit Girls, ci aveva portati direttamente verso lo stile minimale di Alessandro Baronciani. Non sembrava possibile trovare in quella ridente cittadina balneare dall’anomala ubicazione geografica (ancora Marche, ma di fatto già quasi Romagna) una scena così vivacemente e tenacemente orientata verso atmosfere post-punk, darkwave e shoegaze. La riviera, i bagni, la Rossini: altro che Manchester. The dark side of Pesaro.

I Tante Anna sono il già citato Baronciani (voce e chitarra elettrica) e Thomas Koppen (basso e batterie elettroniche). G è il loro nuovo EP, che continua, anche concettualmente, il discorso iniziato con l’album TA nel 2017 e ne rappresenta un ideale completamento. Non a caso, le lettere dei due dischi messe insieme formano la parola “TAG”, che sta per “firma”. E non potrebbe essere altrimenti, visto che l’immagine dei Tante Anna è fortemente legata alla scrittura e alla calligrafia. Di se stessi loro dicono che «suonano come se i Promise Ring avessero ascoltato 17 Re a sedici anni». Vale a dire, come se l’emo-pop americano dei tardi anni ‘90 avesse incontrato la psichedelia-new wave italiana al culmine della “trilogia del potere”. Insomma, un paradosso talmente anomalo da risultare persino convincente. Un po’ come la Pesaro dark di cui sopra.

L’anomalia, si diceva. Il disco si apre con Chi Sei: un riff acido, un tripudio di feedback, rumorismi e implacabili sequenze di batterie elettroniche, mentre Baronciani continua a ripetere lo stesso verso: «Dimmi no, dimmi no, dimmi no dimmi dimmi di no». Il fraseggio ipnotico ti rimane in testa, forse anche in virtù dell’anomalia (un’altra) intrinseca in quella negazione ribadita: quel volere così fortemente che l’altro non voglia. Si prosegue con un episodio post-punk da manuale come Inumani, e poi arriva Piccoli, che nella melodia ha qualcosa che rimanda agli anni ’90, probabilmente l’unico brano a discostarsi dalle sonorità scopertamente anni ’80 che invece caratterizzano l’atmosfera complessiva dell’EP. Chiude Cosa è stato (8 gennaio 2017), la più densa di tutte, che nel suo incedere si stratifica, rendendoci testimoni, attraverso un testo enigmatico, di un racconto disperato e incomprensibile.

I Tante Anna in questo EP suonano shoegaze (o, come usa dirsi, newgaze) ma sono anche pregni di fascinazioni dark, in cui risuonano certi Sister of Mercy e forse i Killing Joke, ma dove tuttavia, complice il cantato in italiano, emergono anche inequivocabili influenze assai più vicine a noi, cronologicamente e geograficamente. Come quando ascolti Piccoli e pensi a dei Marlene Kuntz un po’ più riverberati e sintetici, meno elettrici e più elettronici. Quattro brani coerenti, un’atmosfera complessiva che pur nell’apparente sfuggevolezza che è propria di ogni non-genere, è compattata dalla capacità di sintesi di una miriade di sottogeneri. C’è un’identità precisa e distinta, quella firma (il tag) di cui si diceva in premessa, e che adesso, con questo secondo tassello, può dirsi completa.

4 Aprile 2018
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