• Apr
    08
    2014

Album

Brainfeeder

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Per osservare questo giovane californiano non dovremmo soltanto soffermarci sulla musica, bensì considerare anche elementi che ne hanno caratterizzano la vita artistica. Una volta entrato nelle fila di Brainfeeder, l’etichetta di Steven Ellison (Flying Lotus), non è stato difficile inquadrare il futuro di Mtendere Mandowa da un punto di vista squisitamente musicale. Abbiamo avuto un album (Ardour, 2010), seguito da un LP d’inediti ed estensioni (Collections, 2011) e diverse altre collaborazioni attraverso singoli e mixtapes, tra le quali ricordiamo quelle con Daedelus e Jeremiah Jae o il più recente progetto Sons of the Morning con Prefuse 73 (dal quale è nato un EP, Speak Soon, Volume One, improntato su una scenografia ambient/downtempo e uscito su Warp Records).

La musica non è la sola forma d’arte in cui Teebs ci cimenta, c’è anche la pittura. I dipinti sulle copertine dei suoi dischi sono i suoi e, come artista, il Nostro ha inaugurato alcune mostre non solo a L.A. L’animo non traspare solamente dal punto di vista metaforico nelle sue rappresentazioni artistiche visive o musicali, ma già dalla semantica dei nomi utilizzati per intitolare gli album, tra cui l’ultimo, E s t a r a.

Se nel primo lavoro, Ardour, era evidente la personalità in subbuglio e in disordine dell’artista (l’allora recente morte del padre influì non poco), nell’ultimo disco si viene accolti da uno stato di quiete e sicurezza quasi innaturale ed astratto, come la musica che compone la tracklist. Bruciate le trovate ad effetto, Mtendere (che richiama, nel proprio nome, il significato di pace) si lascia trasportare dalle emozioni più pure, sentimenti che si legano al significato di estara (che oltre all'”essere”, de facto, si riferisce a dove una persona si trova, fisicamente e mentalmente, in un preciso istante).

L’album è caratterizzato da ritmiche più lente ed astratte rispetto ai dischi precedenti, e questo per espandere il più possibile un senso di tranquillità e di pace. Teebs si è lasciato andare a tenui arpeggi e sonagli (Wavxxes, ft. Lars Horntveth, oppure nella soporifera Shoouss Lullaby) o a fievoli riverberi vocali (Holiday, ft. Jonti), il tutto sempre coperto da questa patina di distensione. La monotonia, per gli ascoltatori abituati ad un hip-hop sì astratto ma più marcato (o tradizionalista), è sempre dietro l’angolo, ma qui parlare di hip-hop è fin troppo riduttivo. Non c’è bisogno di scendere in categorie più “complesse” per giustificare un album puramente espressivo, proprio come i quadri di Mandowa. E in questi termini andrebbe apprezzato.

18 Aprile 2014
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