Recensioni

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Non deve essere facile per gli Antlers portarsi sul groppone il peso di aver pubblicato uno dei più toccanti concept-album a – recente – memoria d’uomo, ovvero Hospice. Un punto di arrivo e di non ritorno che per Peter Silberman ha voluto dire vedersi in un certo senso costretto a rivedere le proprie ambizioni da cameretta, trasportandole in un maxi-formato che, volontariamente o meno, ha cambiato il corso evolutivo di un progetto sempre più consapevole dei propri mezzi e della propria – meritata – posizione privilegiata.

Se Hospice – seppur limitatamente agli addetti ai lavori – fu il classico breakthrough album, è facile individuare nel successivo Burst Apart il primo – riuscito – step verso l’idea di musica che oggi scorre nelle menti di Silberman e compagni. Un’idea che nel quinto album Familiars (via ANTI- eTransgressive Records) assume connotazioni precise, altere ed articolate ma comunque confinate in spazi ben precisi che poco concedono alla forma canzone, preferendo lasciar spazio ad atmosfere strumentali spesso avvolgenti e dalle asperità smussate.

In questo senso, l’iniziale e meravigliosa Palace, per quanto non priva delle scelte stilistiche approfondite in seguito, inganna. Palace è LA canzone, in cui tutto sembra essere al posto giusto: i fatati scintillii iniziali, i fiati – quantomeno commoventi, quasi funerei – che eseguono proprio quella melodia che ti aspetti, la strofa modellata sapientemente e quel sapore epico che solo un cuore cinico non apprezzerebbe. Dopo Palace, escludendo Parade, ci si avventura però in un percorso ben lontano dall’essere il più semplice che la band potesse seguire: un percorso che rifiuta le melodie di facile assimilazione – Silberman non le trova, ma forse non le cerca neppure – dilatandosi attraverso ulteriori otto lunghi morbidi passaggi in cui ad emergere, oltre alla solita incredibile voce di Peter, sono le alchimie dei suoi fidi alleati Darby Cicci e Michael Lerner. Il primo, uscito lo scorso anno con un EP sotto il moniker di School of Night, è l’encomiabile tuttofare, grande protagonista per i – mai così presenti – fiati e per il prezioso suono del Fender Rhodes; il secondo si avvicina sempre più ad un drumming di stampo jazzistico, non solo a livello di ritmi ma anche di settaggio.

Da queste tre componenti (fiati, Rhodes e batteria jazzy) nasce quello che è il fulcro stilistico di un disco anticipato a distanza dall’evitabile parentesi di (together) EP e dal più apprezzabile Undersea EP del 2012. Non tutto è perfetto, però: se in Doppelgänger l’effetto sorpresa garantito dalle atmosfere spettrali (“Can you hear me when I’m trapped behind the mirror“) tra i Talk Talk del periodo post- e sinistre dinamiche cinematiche funziona e convince, successivamente la situazione tende ad appiattirsi su eccessi di sofisticherie non sempre bilanciate da altrettanti appigli in grado di catturare l’ascolto. La linea di confine tra giusta ambizione e passo più lungo della gamba è labile in brani curatissimi quanto leggermente inconcludenti come Intruders o Hotel, mentre – complice anche l’ottimo mixaggio di Chris Coady – escono meglio la ballatona d’altri tempi Director Jeff Buckley dietro l’angolo – e la raffinata epopea da jazz-bar Revisited.

Familiars è quindi un disco che si farà apprezzare più per la meticolosa trama compositiva che per i singoli episodi che ne incentivano il piacevole riascolto: da qui in avanti gli Antlers dovranno dimostrare di sapere riconquistare un applauso che sia sì fragoroso, ma anche completamente spontaneo.

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