• ott
    01
    1999

Album

Astralwerks

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Durante il giro di interviste per la promozione di questo omonimo album, il loro esordio ufficiale su lunga distanza, i quattro Beta Band sputavano insoddisfazione e disprezzo. Arrivarono quasi a rinnegarlo, come fosse il frutto di una violenza subita da parte della propria casa discografica (la Regal) che impose tempi di lavorazione strettissimi. Pensai ad una precisa strategia pubblicitaria, e neppure troppo originale. Invece, altro non era che la verità. Aleggia davvero, palpabilissima, un’aura d’incompiutezza. Però il disco c’è, col suo mistero beffardo, la sua insidia dissimulata, la minaccia in copertina di quel paesaggio bucolico sotto un impossibile cielo nero. Una combinazione incongruente, lo stridere degli elementi in dissennata giustapposizione, estetica amichevole e disturbante di violenza sotto formalina: una specie di inganno dada. Canzoni (canzoni?) la cui sostanza riposa anche e soprattutto nelle stasi sonore, in quei momenti che annunciano la fine di qualcosa e invece sono uno stare tra le cose, instabile, precario, palpitante. E’ quasi silenzio, una resa della musica di fronte alle troppe direzioni possibili che precludono una direzione forte, profonda. Ed è specchio del reale, impegnato a distogliersi senza requie, a (rin)negarsi, costruendo il corpo stesso della propria falsificazione con gli innumerevoli frames del moloch mediatico. Per questo i Beta Band – intimoriti, intimiditi dall’improvvisa abbagliante attenzione addensata attorno a loro – si chiudono a riccio, avvolgono la propria goliardica sensibilità in un bozzolo scuro. Inseguono le ombre e ne fanno coperta contro le intemperie. Abbassano il volume, intorpidiscono le acque.

Disperdono le tracce. Ci dice già tutto The Beta Band Rap in apertura: collage schizofrenico di vortici Beach Boys, arie natalizie, Elvis Presley, Beastie Boys e uno scatto in avanti in direzione Beck. Un conglomerato scabro, agli antipodi di qualsivoglia sintesi. Come un bolo di memorie vomitato sul tappeto e guarda-un-po’-che-roba. Il resto del programma ne è immancabilmente segnato: pur innescando circuiti ritmico melodici anche gradevoli, anche intriganti (come l’agra allegria surf-rag di Round The Bend, o il raga-folk di Broken Up A Ding Dong che essicca psichedelia prima di farne bossa virata Tin Pan Alley, oppure la funky-house di Smiling avvolta in ridanciano tribalismo), è alla collisione/collusione disorganica degli elementi che punta la bussola (dal reggae-dub con battito house, vibrafoni e cucù di Number 15 al country rock stranito in salsa hip hop di It’s Not Too Beautiful, con tanto di sample dallo sci fi didascalico The Black Hole, produzione Disney). Gli ultimi due pezzi sono un testimone da raccogliere in tempi migliori: The Hard One è l’ologramma di un soul con il mantra vocale irretito dal basso profondo, cigolii cibernetici e synth nebulosi, intanto che il piano sciorina il riff di Total Eclipse Of The Heart (traccia culto in differita dagli eighties per la voce teatral-parossistica di Bonnie Tyler) stringendoci in un angolo di memoria mummificata, carezzati da tastiere Air, trombe impalpabili e dimesse geometrie techno. Ancora più complesso è il discorso di The Cow’s Wrong, immerso in una nebbia di synth in reverse e ottoni fluttuanti, col sample di Togheter (folk di Harry Nilsson) trasfigurato in un caleidoscopio gospel intanto che il basso pulsa senza appigli e il buco nero ingoia tutto, dolcemente. Dolcemente. Dolcemente.

2 Giugno 2004
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