Recensioni

Mentre nel mondo del cinema – pandemia permettendo – Marvel e DC si stanno preparando al lancio delle nuove fasi creative, questa volta arricchite dall’espansione nei territori dello streaming (WandaVision, The Falcon and the Winter Soldier, la #snydercut di Justice League, Green Lantern…), le trasposizioni televisive dei fumetti continuano il loro percorso verso progetti talmente ambiziosi che, probabilmente, in sala sarebbero troppo rischiosi da portare. Non tanto per la scarsa fiducia delle Major o per la paura di fallire al botteghino, anche se questa eventualità è cresciuta a dismisura dopo l’evidente omologazione dei gusti, quanto per evitare quei limiti produttivi di cui certe storie di sicuro soffrirebbero. 

Certo è che nell’algoritmo bisognerebbe considerare anche la furbizia di piattaforme ed emittenti televisive nel ricercare il “diverso” o il “simile” quanto basta rispetto ai prodotti cinematografici, valorizzando la lunga durata della fruizione (com’è sempre stato) e la tanto sbandierata maggiore libertà creativa degli autori. Un esempio recente è la serie Watchmen prodotta da HBO. Senza starne a ripercorrere i numerosi pregi (per quello c’è la nostra recensione), basta dire che l’opera di Damon Lindelof rappresenta una nuova vetta per la serialità e non solo in ambito fumettistico. E parte di tale successo va riconosciuto alla straordinaria complessità e immortalità del testo di partenza, il graphic-novel capolavoro di Alan Moore. 

In questo scenario si inserisce a gamba tesa anche l’acclamatissimo The Boys, la serie Amazon ideata da Eric Kripke (Supernatural), prodotta dai folli Seth Rogen e Evan Goldberg (Preacher) e tratta dall’omonimo fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson. La prima stagione ha rappresentato un divertente scossone nel panorama seriale, arrivando ad imporsi come esempio per i cinecomics più sfacciati e aggressivi (pur in linea concettuale con il “proiettile vagante” Deadpool o gli eccessi della Suicide Squad di David Ayer). Ma ancora più interessante è il modo violento con cui attacca l’American Way of Life, la spettacolarizzazione digitale della tragedia post-11 settembre, le logiche dell’intrattenimento mainstream (gli stessi cinecomics), la sacralità apparentemente inattaccabile del supereroe anni Duemila. Tutti questi elementi rendono la creatura sboccata di Kripke un erede spirituale (aggiornato e ultracitazionista) del sopracitato Watchmen che, invece, aggrediva l’edonismo reaganiano della sua epoca.

Seguendo pregi e vizi della maggioranza dei sequel fantascientifici, la seconda stagione di The Boys rincara la dose aumentando il numero dei nemici e inasprendone la critica. Ma prima di far esplodere il suo significato più importante si prende tempo e spazio per approfondire i retroscena dei protagonisti, rischiando talvolta di perdersi nelle varie sotto-trame messe in gioco; per esempio la redenzione di Abisso/Chace Crawford (e quella di A-Train/Jessie T Usher) devia fin troppo spesso dall’azione principale, rallentando quel ritmo frenetico che aveva caratterizzato il  precedente ciclo di episodi. Comunque questa stagione inizia laddove la prima era terminata.

Lo scontro tra Butcher (grande Karl Urban) e Patriota (un Anthony Starr inquietante, magnetico, sadico, perverso e… fragile) si riversa nei tentativi del primo di salvare la moglie Rebecca (Shantel VanSanten) e in quelli del secondo di legare con il figlio nato dallo stupro della donna. Nel frattempo Hughie (Jack Quaid), ormai integrato nei Boys e aiutato da Starlight (Annie January), è alla ricerca di una prova che dimostri al mondo i piani diabolici della Vought International guidata dal CEO Stan Edgar (quanto si divertirà Giancarlo Esposito a interpretare questi ruoli?).

Come una condanna sotto-forma di tributo obbligatorio, The Boys continua a guardare verso i lidi raggiunti da Watchmen e questa volta ha dovuto fare i conti con la serie creata da Lindelof. A tal proposito, a rallentare la corsa dei Boys contro Patriota e la Vought, interviene la nuova supereroina dei Sette, serpentina e subdola come l’ideologia “storica” di cui si fa portavoce. Stormfront (perfetto il volto severo di Aya Cash) porta in spalla la spietata analisi che Kripke fa dell’America di Donald Trump e del sovranismo mondiale, della semplificazione e banalizzazione del linguaggio politico, della ricerca continua della minaccia (e della sua paura) come arma propagandistica per distrarre le masse, della riemersione incontrollata degli estremismi di destra, dell’istigazione all’odio razziale grazie all’utilizzo consapevolmente sbagliato dei social. 

Ma, in parallelo e in controparte, la satira di The Boys non rinuncia all’occasione di sbeffeggiare e punzecchiare a più riprese la deriva grottesca del politicamente corretto: catalizzate nell’arco narrativo della wonder woman Queen Maeve (Dominique McElligott), Kripke denuncia apertamente l’ambiguità con cui oggigiorno lo showbusiness hollywoodiano, in onor di rappresentazione, inclusione ed educazione, sacrifica il privato delle star dandolo in pasto al pubblico (dallo spettacolo della tragedia a quello della sessualità “altra”). Ed è qui che risiede la grande ambizione della serie, non facendo sconti proprio a nessuno.

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Amazon

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