Recensioni

7.2

Unstoppable come cantavano i Public Enemy. Difficilmente potremmo definire altrimenti l’americano Kevin Martin: un pezzo di storia vivente della musica più alternativa degli ultimi trent’anni. In questo 2020, complice probabilmente il prolungato tempo trascorso nel nuovissimo studio casalingo a Bruxelles durante l’emergenza pandemica e le conseguenti restrizioni di movimento, il producer ha rilasciato una quantità di materiale superiore persino ai suoi soliti, e già prolifici, standard: ben tre album solisti sono infatti usciti tra giugno e novembre (per la neonata etichetta autogestita Intercranial Recordings), oltre a un ep del progetto King Midas Sound.

La più recente tra le releases prodotte in questo 2020 lo vede però rientrare nei ranghi Hyperdub, label di cui Martin ha sia condiviso sia soprattutto anticipato spesso le traiettorie (già negli anni novanta infatti Martin incrociava dub, industrial e riflessione politica post-coloniale), e indossare nuovamente i panni di The Bug, forse il suo alias principale (o, almeno, quello con cui ha realizzato il proprio, indubbio capolavoro, London Zoo). In Blue arriva a poco più di dodici mesi di distanza da Wrecked, il disco firmato (assieme al sodale di lunga data, Justin Broadrick) come Zonal e suona abbastanza come un contraltare meno angosciante e luciferino. Dove, infatti, complici i featuring della poetessa e sperimentatrice avantgarde Moor Mother, Wrecked suonava come una discesa infernale (in un inferno magmatico e dantesco, tutto fango, escrementi e sangue), il nuovo In Blue risulta più etereo e meno pesante, ma non per questo meno claustrofobico. Buona parte del merito è della cantante americana (ma residente a Berlino) Felicia Chen che, con il suo tono vocale soffuso e delicato, dona grazia e fascino alle composizioni di Martin. Quest’ultimo sfoggia invece un armamentario sonico che si pone a metà strada tra le sue due anime più recenti, quella più ambient (esplorata soprattutto nei lavori autografi) e quella più legata al reggae e al britannico hardcore-continuum: dunque riddim iper-scheletrici (You) e metallici (Blood), bassi riverberati ed echi profondissimi (Levitating), oltre alle consuete atmosfere sotterranee (Come, No Return) e spettrali (Forever, End in Blue).

Per dirla con il meme circolato in rete a commento degli album degli Autechre usciti quest’anno: non tutte le uscite del duo inglese sono per forza dei capolavori. Lo stesso discorso vale per Kevin Richard Martin: In Blue non è un capolavoro (pur essendo un’opera qualitativamente sopra la media), ma è comunque un tassello imperdibile di un universo sonico sì definito, ma in continua espansione. Tanto di cappello, Kevin, come sempre.

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