• giu
    01
    2005

Album
Ham

Lo Records

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Tenendo presente l’alluvione continua e incessante di nuove uscite discografiche, sarebbe un vero peccato lasciarsi sfuggire questo secondo disco dei Chap, soprattutto in virtù del fatto che Ham ha tutte le sue cose al posto giusto: arrangiamenti variegati, melodie frizzanti, umore divertito, citazionismo post moderno e una sciccosa supponenza che si manifesta in tutta la sua coolness già dalla tigre mascherata in copertina.

I quattro londinesi (Claire Hope, Johannes von Weizsäcker, Panos Ghikas and Keith Duncan) sono gli evidenti continuatori di una corposa tradizione, che partendo dai Beach Boys, e continuando con gruppi come Blur, Beta Band, Supergrass, ecc. ha lavorato sulle “good vibrations” della pop rock music, senza dimenticare il lato più riflessivo e melanconico, quindi senza diventare goliardici ed effimeri. Da parte loro, i quattro ci mettono gli ormai inevitabili ed enciclopedici riferimenti musicali. Uno stile che è un raffinato amalgama di tanti elementi passati, e che sballotta il disco da un estremo all’altro, sempre operando però su una base che è essenzialmente elettro rock.

Il tessuto elettronico non è mai invadente, le trame glitch mai fini a se stesse e sempre alla ricerca di un dialogo con le chitarre (Auto Where To, I Am Oozing Emotion), altre volte la ritmica è ironicamente dance (Woop Woop e Long Distance Loving) mentre non mancano i momenti più rock, dove pulsazioni elettro e chitarra distorta trasportano i Chap dalle parti degli El Guapo (Now Woel, Arts Centre). Il pregio maggiore del disco è proprio quello della varietà, il suo alternare momenti frenetici alla Talking Heads (Baby I’m Hurt’n) ad altri di languida ed accorata introspezione (Woop, The Premier At Last, Clissold Park). Il sipario si chiude con una presa in giro di Emerson Lake And Palmer, che è anche una manifestazione di intenti:

Modernisation is what we’re about

Without warning you’ll suddenly run out and cry

Goodbye

17 luglio 2005
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