• Feb
    01
    2003

Album

Merge

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Il primo vero album: quando il respiro deve farsi lungo, calcolarsi
su una collana di battiti. Roba di cui essere preoccupati. Invece,
sorprende la capacità di adattamento dei Clientele alla nuova “unità di
misura”. Troviamo ancora – certo – quelle schegge di malanimo, quel
brodo lattiginoso, quei respiri trattenuti, quei sottili miracoli
melodici sull’orlo del deliquio, però c’è uno scarto, c’è una scossa:
un più stringente pulsare RnB, l’ispessimento soul delle trame, il
gusto della sorpresa (propedeutici cambi di umore – come in When You and I Were Young – e di tempo – come in coda a Lamplight)
lo scabro profilarsi delle corde che ad un tratto – come vedremo –
deragliano in sorprendente distorsione. Un suono tornato presente e
vivo dal limbo struggente dei sentimenti vagheggiati, appena più
defilato rispetto al normale (come un’aritmia costante) però vivido,
flagrante, attuale.

Nel complesso le intuizioni melodiche stanno al di sotto la quota (a tratti vertiginosa) di Suburban Light,
tuttavia mantengono una commovente e pervicace fragilità. Come se
grattassero quello stesso muro, come se bazzicassero quelle stesse
trame, ma sapendo di non poter mancare ad un appuntamento che cambierà
per sempre le cose, ragion per cui è il caso di scoprire la mano, di
gettare tutti i dadi sul tavolo. Ecco quindi lo stomp narcotizzato di House On fire e la fatamorgana latin-folk di Haunted Melody, ecco l’assorta meraviglia di Missing (antichi sogni Crosby Stills and Nash contagiati d’inquietudine europea) e le frizzanti derive jazz-blues di Porcelain (con quel basso che rivanga un insospettabile rimpianto Morphine).

Aggiunge peso specifico la cura dei dettagli, vedi la tensione piano-silenzio in Prelude, il riverbero insistito dell’arpeggio in Lamplight (come dita sulla pelle di un lago) o la densità sciropposa indolente di slide e synth in Voices In The Mall. Sorprende poi la breve aspersione latina di Jamaican Rum Rhumba, scheggia che rivendica importanti ascendenze scozzando imprevedibilmente le carte del futuro, mentre l’interlocuzione Velvet Underground di Everybody’s Gone è semplicemente quanto già sapevamo nelle loro corde, qui al meglio.

Nel finale la tensione trova un bellissimo apice con The House Always Wins, country blues incantato che si strugge in una lunga esplosione trattenuta, alla maniera di certi Red House Painters(quel crepitare di corde al limite della compostezza è un’autentica
sorpresa), ottimamente ricondotto tra i soliti sentieri vaporosi dalla
conclusiva Policeman Getting Lost, intarsio folk affondato in una caraffa d’assenzio, di memoria liquefatta, di malinconia sigillata.

1 Febbraio 2003
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