• Ott
    06
    2017

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Cooking Vinyl UK

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Dopo una faticosa rinascita culminata con la reunion del 2012 e la conseguente uscita di Hot Cakes, sembrava che Justin Hawkins e soci potessero rifondare una band e darle delle fondamenta tra il solido e il caramelloso che ne avevano decretato il successo nel 2003, strapompati a dovere dalla mission di MTV che trasmetteva a fino all’esaurimento il videoclip di I Believe in a Thing Called Love. Esaurimento che per la band arrivò appena due anni più tardi, all’indomani dell’uscita di One Way Ticket to Hell… and Back, evoluzione fin troppo seriosa del precedente Permission to Land, priva di quella stratificazione che sancisce la resa di un buon album hard-rock abile nel giocare con il passato glorioso e le più disparate citazioni (da sempre Thin Lizzy e Queen su tutti).

Già due anni fa Last of Our Kind aveva reso evidenti crepe interne ai The Darkness, persi in questo gioco citazionista perenne che aveva finito col privare il gruppo di quello spirito giocoso e spensierato che pure ne aveva aumentato la popolarità. A una crescita esponenziale del numero di fan sui social network, è corrisposto uno scivolamento artistico che nell’album del 2015 era palese, ma ancora non si era ammesso (forte del traino di singoli riusciti quali Open Fire e la title-track). A due anni di distanza, i Nostri accolgono ufficialmente alla batteria Rufus Tiger Taylor, figlio di quel Roger Taylor la cui opera è continuamente citata e idolatrata dai Darkness, e lo confermano – quasi a non voler sfigurare – anche in questo Pinewood Smile. Purtroppo, quello che fino ad ora era stato un gioco piacevole e orecchiabile, nel 2017 appare più evidentemente che mai fuori tempo massimo; colpa principalmente dell’alternanza suicida tra pezzi hard-rock poco riusciti e ballate sentimentali a dir poco abbozzate e sempliciotte.

Se All the Pretty Girls sembrava poter essere il classico singolo da traino e martellante per il rituale divertimento dei fratelli Hawkins, la sottile vena creativa di questa mandata – catalizzata da uno svogliatissimo Adrian Bushby in sede di produzione – è resa subito evidente dal brano successivo: Buccaneers of Hispaniola, più che divertente, si dimentica all’istante. Con Solid Gold ci si assesta su un terreno tradizionale, soggetto però a forti scosse che ne minano la stabilità con lo scorrere della tracklist. Si parte quindi alla volta del Sud con quella Southern Trains più vicina alle improvvisazioni dal vivo che ad un titolo compiuto e assemblato in studio, per poi arrivare all’insopportabile Why Don’t the Beautiful Cry?. Le chitarre dei due Hawkins ci ricordano chi sono i Darkness nella successiva Japanese Prisoner of Love (forse la migliore del lotto), una band che vuole esclusivamente divertirsi e divertire e che – aggiungiamo noi – dovrebbe accantonare qualsiasi sorta di digressione seriosa, che evidentemente non fa parte né del suo stile né della sua sensibilità.

16 Novembre 2017
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