• Mag
    01
    2004

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Parlophone

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Malinconicamente abbandonato su un divano vittoriano, posa meditativa, sguardo rivolto altrove, a tre anni di distanza dall’ultimo Regeneration, Neil Hannon, mente (e ormai unico corpo) dei Divine Comedy, si ripresenta al pubblico nella sua veste definitiva: l’ultimo dei dandy. E non poteva essere altrimenti: se nel disco passato l’irlandese si era voluto confrontare, a mo’ di sfida, con la classica canzone pop-rock di scuola McCartney-Wilson (avvalendosi tra l’altro dei servigi di Sua Maestà Nigel Godrich), per questa nuova, solitaria fatica opportunamente intitolata Absent Friends, il Nostro va senza indugio a rispolverare le sonorità che erano state il tratto distintivo della Divina Commedia (periodo Casanova o giù di lì). Attenzione: non un semplice (e tornacontistico) ritorno al passato, piuttosto un riappropriarsi di quello che, secondo Hannon, è il linguaggio “pop” per eccellenza, ovvero la canzone decadente di ascendenza Jacques Brel, filtrata attraverso l’imprescindibile lezione del maestro Scott Walker, tenendo bene a mente i pirotecnicismi orchestrali di Van Dyke Parks. Con la mano santa di Godrich (again!) al mixaggio, Hannon ci offre su un piatto d’argento undici tracce avvolte in una mesmerizzante nebbia rétro, dense di classiche trovate melodiche, in un equilibrio compositivo invidiabile.

E se, fatte queste premesse, qualcuno potrebbe pensare a arrangiamenti kitch e melensi, già l’ascolto della prima, eponima traccia mette in fuga ogni dubbio: il mezzo orchestrale, seppur indiscusso protagonista sonoro, è sempre e comunque funzionale alla melodia, veicolata dalla vibrante, profonda, malinconica voce dell’ineffabile Mr. Hannon. “Oscar Wilde was a lonely child”, recita il dandy del ventunesimo secolo, su una cavalcata che suona walkeriana come non mai; su questi toni prosegue il nostalgico walzer di Sticks and Stones, attraversata da una fisarmonica tanto cara alla chanson d’autore, mentre Leaving Today, pur procedendo solenne ed enfatica, si avvale di un’atmosfera vagamente psichedelica.Il singolo Come Home Billy Bird è senz’altro uno dei pezzi più forti: vago incedere r’n’b del basso, chitarre spagnoleggianti e una linea vocale degna del primissimo Bowie, fino all’irresistibile ritornello, affidato a cori in stile Julian Cope, che invoca il ritorno a casa di un uomo d’affari internazionale. Parafrasando Stuart Murdoch, potremmo dire: this is just a modern pop song.

Il resto del disco non è certo da meno, da My Imaginary Friend,ballata semiacustica tra ska e jazz guidata un indolente banjo, a The Wreck of the Beautiful, memore delle atmosfere claustrofobiche e rarefatte del Walker più oscuro nonché del Brian Wilson più onirico,fino a Our Mutual Friend, quadretto drammatico d’archi à la Eleanor Rigby, con un corno che prende il volo a metà canzone e uno straziante finale in cinemascope. E se The Happy Goth è una quasi bossa acustica alla Bacharach, con Freedom Road si sfiora il capolavoro: accenni di country nella melodia vocale, base eterea e impalpabile, suggestivo crescendo che tocca il cuore, lo artiglia, lo strazia impietosamente per poi spegnersi improvvisamente. Dopo Laika’s Theme, sorprendente strumentale a metà tra la musica discreta di Eno e le canzoni desertiche dei Mercury Rev, Charmed Life chiude idealmente questo viaggio, stregandoci letteralmente dopo averci immerso in sonorità da luna park.

Fuori dal tempo e dalle mode, Neil Hannon è davvero l’ultimo dei dandy, caparbio alfiere di una musica che, a partire da quel capolavoro assoluto che è Scott 4, è puro nutrimento per il cuore.

1 Maggio 2004
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