• Giu
    01
    2006

Album

Parlophone

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Di fronte all’ingrato compito di bissare i fasti di Absent Friends, Neil Hannon fa un mezzo passo indietro, riportando il suono della sua – ora ritrovata – band ai tempi di Casanova (1996) e recuperando al contempo quello spirito sornione e ironico, accantonato nei lavori precedenti. Victory For The Comic Muse si nutre quindi del passato dei Divine Comedy (già il titolo riprende il primo LP del 1990, Fanfare For The Comic Muse), ma la maturazione degli ultimi anni non è passata invano: al nono album in studio l’artista irlandese si dimostra raffinatissimo arrangiatore e produttore, nonché (credibile e convincente) interprete di sé stesso.

Torna a gigioneggiare Neil, e si sente da subito nella traccia d’apertura To Die A Virgin, divertente schermaglia amorosa su un arrangiamento d’archi che porta dritti al suono storico del gruppo, e nella successiva Mother Dear, marcetta dalle sfumature country, densa di humour tipicamente british à la Ray Davies; e se in A Lady Of A Certain Age si concede al melodramma francese con un po’ di maniera, altrove rimette su la maschera del dandy raffinato, amante dei viaggi (la geografia in musica di Count Grassi’s Passage Over Piedmont) e delle belle donne, che canta nostalgicamente di vecchi amori (The Light Of Day) o racconta storie di gente ordinaria (l’avventuroso protagonista di The Plough). I numi tutelari, manco a dirlo, sono quelli di sempre, Bacharach per gli arrangiamenti certosini (il lounge del singolo Diva Lady), David Bowie e Bryan Ferry per il crooning (ogni tanto riecheggia perfino il collega Jarvis Cocker, vedi Arthur C. Clarke’s Mysterious World), il maestro Scott Walker per lo spessore dell’insieme (un esempio su tutti? Party Fears Two); da navigato professionista poi, Hannon riserva la zampate di classe per il finale, ripescando i drammatici crescendo d’archi che avevano reso grande Absent Friends nella chiusura di Snowball In Negative.

Nel suo ripiegarsi su sé stesso, forse Victory For The Comic Muse sarà una parziale delusione per chi avrebbe voluto ritrovare i toni meditativi, intimi e “domestici” dell’Hannon più recente, ma anche se preso come un puro esercizio di stile, non può che far piacere ritrovare intatta la stoffa di una delle realtà più significative del pop britannico degli ultimi dieci anni.

1 Giugno 2006
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