• Gen
    01
    2003

Album

Rough Trade

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Un riff sporco à la Blur come uno dei tanti gruppi
indie pop di questi anni novanta/duemila, ma è solo un’illusione di
pochi (tre) secondi: una scala in picchiata di note ruvide ci trasporta
subito al circo (o al vaudeville), i martelletti picchiano duro,
metronomicamente, il ritmo è ossessivo, monocorde, accompagnato dal
suono eccentrico di un wah wah; poi entra in scena il declamare in
stile Grace Slick di una voce femminile, infine un’inconfondibile chitarra blues rock, un assolo sguaiato in odore di White Light White Heat e, ancor di più, come lo vorrebbe la sei corde logorroica di Zappa (quello di Uncle Meat con la “minchia tanta”).

In soli due minuti e quarantadue – tanto dura South is Only a Home, opening track del debutto Gallowsbird’s Bark– i Fiery Furnaces presentano il loro biglietto da visita: un rock
colto e urbano che assume le fattezze di una pop song, nel quale c’è
tutto il folk-blues-psych circus che conta. Eccoli qui i nostri due
fratelli di Chicago trapiantati nella Grande Mela: ora minimi e tirati
come sarebbero piaciuti ai Velvet di John Cale (Two Fat Feet), ora secchi e ritti come da scuola Neu!, ora inguainati e lascivi come li amerebbe Lou Reed (dei tempi di Transformer), infine calati così bene nel periodo aureo del rock da confondere abilmente le acque cimentandosi con un VCS3 – quello di On The Run dei Pink Floyd (Leaky Tunnel).

Il rischio che si corre in questi casi è, ovviamente, quello di
eccessiva dedizione ai modelli, di freddezza (estetica ricostruita nei
minimi dettagli) e mancanza d’originalità (perché preferire loro ai
classici?); eppure Eleanor e Matthew Friedberger una carta da giocare
ce l’hanno, anzi di più. Possiedono un’autentica passione: amano il
teatrino – magari un po’ naif, certamente un po’ demodé, sicuramente
chic – che il rock abbracciò da Zappa fino agli Who di Sell Out e A Quick One (While He’s Away); da qui i quadretti psych pop di questo disco, come il rag e/o vaudeville di Inca Rag / Name Game (una gag degna del miglior Ayers), Don’t Dance Her Down (un irresistibile garage lisergico) e Bow Wow, gli sketch comici di Asthma Attack, le marcette di Crystal Clear (i Jefferson Airplane militanti), le piccole gemme Up in The North (Eno-pop al 100%) e Tropical Ice-Land (irresistibile melodia destinata ad essere ripresa nell’EP del 2005), fino agli intermezzi in prosa di Bright Blue Tie e le atmosfere da closing time cosmico della (quasi) finale Rub Alcohol Blues.

Certo, tutti brani fedeli ad una certa etica – in questo caso, il
garage-blues di seconda metà ’60 è il canovaccio su cui questi bozzetti
psichedelici sono costruiti – ma suonati con quel giusto compromesso
tra energia e dedizione che fanno di Gallowsbird’s Bark più di un promettente esordio

1 Gennaio 2003
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