• Lug
    01
    2009

Album

Thrill Jockey

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Dopo tanti anni passati a incidere un disco più bello dell’altro, un passo falso per i Fiery Furnaces è quello che tanti s’aspettano per la consueta condanna a sangue freddo. Un rito che è anche un po’ la moda americana: prima li tiri su e poi li fai volare giù, li schiacci a terra e fai avanti e indietro con la macchina (da scrivere), aspettando poi che si rialzino e tornino a fare esattamente quello che tutti attendono. Anni dopo s’intende, quando il sound si tinge vintage e la vitalità ha bell’e lasciato il posto alla forma, e pure a un bel tornaconto personale. Show biz direte e biz diciamo; nel caso dei fratelli, la gente si è abituata a uno spettacolino eccentrico e mirabolante: una cowgirl sexy e cinica e un omosessuale a gestir tutte le quinte a suon d’ogni trucco che il rock, dagli inizi ad ora, abbia preso dal varietà (televisivo e non). La critica ha sete di sangue. Il prodotto è sdoganato e, se la posta in gioco è uno switch pop, non c’è miglior occasione.

Per I’m Going Away i due fratelli-quasi-non-più-indie, fanno l’unica mossa sensata da farsi: non percorrere la strada dell’ottovolante e incidere, assieme al bassista Jason Loewenstein dei Sebadoh, una manciata di "semplici" canzoni, rinchiudendo i vezzi avant in coda (al posto dei più canonici assoli) e costringendosi a una scrittura senza paraventi. L’importanza si sposta su Eleanor (suoi tutti i testi) e il fratello si limita ai controcanti e al ruolo di, se vogliamo, produttore. Non parliamo di canzoni canoniche però: il gioco prospettico è in sottrazione, e se questo non è proprio il loro Sonic Nurse, la macchina eccentrica è compressa con momenti free improvvisi ma perfettamente al loro posto.

Il passo più importante dunque sono i testi e il banal pop, quello da canticchiare e quello che s’appiccica, e se questo non ci stupisce che riesca facile ai fratelli, neanche ci sorprendono le canzoncine démodé 100% Fiery ficcate in una serie di tragicomiche ballate e mid tempo.

La misura del lavoro è data dalla riuscita dell’intreccio arrangiativo-lirico: in primis, il format che conserva quel senso drammaturgico da rotocalco precedentemente indagato amplificato però delle componenti di tradite speranze e ideali, poi, l’ironia costantemente sottopelle agli arrangiamenti, dopodiché, in ordine, l’isteria irresistibile con la quale Eleanor affastella le rime quando tutto si corrompe, le citazioni ai drammi sentimentali cinematografici newyorchesi (Allen in primis) che sfociano nei citati momenti liberatori del free e, non ultima, la varietà con la quale queste situazioni s’intrecciano nella linearità autoimposta.

Tutti elementi di un lavoro che si vuole classico e lo sarà per buona metà della scaletta. I’m Going Away (cover di un traditional di Walter Hawkins), Drive To Dallas, Cut The Cake e Even In The Rain (coi già mitici anatemi "If I see you tomorrow I don’t what I will do" e "When I Heard The News I Nearly Lost My Beath… How Could It Be True"), The End Is Near (la migliore naïf song), Charmaine Champagne (la marcetta country glam con momenti televisivi), sono già i pezzi da antologia. Poi il livello scende, ma non senza bei momenti. Non ce ne vogliamo. Non è il momento di fare i baffi a manubrio.

4 Luglio 2009
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