• Ott
    12
    2012

Album

Autoprodotto

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Gli Irrepressibles erano riusciti ad attirare parecchi riflettori all’epoca – 2010 – del debutto Mirror Mirror. Riflettori lontani sia dai classici hype-hip pitchforkiani, sia dal tipico bla-bla NMEniano che colpisce le band inglesi, piuttosto un buzz da salotto altolocato, un passaparola tra chi solitamente non segue quotidianamente le uscite discografiche ma che si fa facilmente affascinare da personaggi un po’ decadenti e appariscenti.

Tutto molto bello se vogliamo: unire l’impatto pop di un Patrick Wolf con velleità opera-oriented alla Antony era una formula vincente e così in parte è stato, nonostante i limiti di un disco tutto sommato minore, come dimostra il fatto che a quasi tre anni di distanza il secondo lavoro, Nude, non abbia ricevuto le stesse attenzioni.

Uscito ad Ottobre 2012 per la Of Naked Design Recordings, Nude arriva in Italia con qualche mese di ritatdo in distribuzione Family Affair. Elementi elettronici – un po’ retrò, eighties volendo – maggiormente in evidenza rispetto al debutto, ma rimangono l’eleganza stilistica, la tipica melodrammaticità – figlia quasi dell’espressionismo tedesco in quanto esagerazione – di McDermott e le atmosfere teatrali quanto cinematografiche apparentemente più legate all’Europa Centrale che all’Inghilterra.

Tanti i passaggi in cui la voce assume un ruolo secondario: da una parte Tears (Prelude), brano per due terzi strumetale dove orchestrazione e synth riescono a creare un landscape ambient-pop di sicuro effetto, dall’altra i classicismi barocchi di The Opening e Time Passing, la prima piena di speranza e ariosa, la seconda decisamente più nostalgica.

“Take off your clothes, I want to see you naked” canta Jamie McDermott in Pale Sweet Healing in un misto di intimità, onestà interiore e perenne rapporto odio/amore riassunto in copertina. Costante sponda tra passaggi quasi sussurrati ed esplosioni corali-sinfoniche talvolta sorrette da neoclassicismi, old-synths e certa progressive elettronic (New World ha passaggi vicini a Vangelis). Non mancano le sorprese come la cassa dritta – ma sempre arty via archi pizzicati – di Tears o il beat dancey bastardizzato di Ship e rimangono solo in parte le somiglianze – più vocali che altro – con i Wild Beasts (si ascolti Arrow in questo senso).

Sempre pronti a toccare sia le corde più raffinate del pop sia a buttarsi completamente in sonorità tra l’epico e il kitsch, gli Irrepressibles fanno un passo in avanti rispetto al debutto acquistando personalità e plasmando i contrasti con maggiore consapevolezza.

22 Gennaio 2013
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