• Mag
    26
    2014

Album

Rocket Recordings

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Da subito – e giustamente – inseriti nel calderone della “psichedelia occulta italiana” – di cui hanno dato prova di essere, però, mosche bianche durante l’ottima, energica, prova live nell’ultimo Thalassa – i Lay Llamas arrivano all’esordio mostrando molte più screziature di quante finora erano state considerate anche da chi li segue dai primi passi in cassetta. Firmando con la Rocket, casa della bomba Goat e di un immaginario psych ad ampio spettro (Gnod, Teeth Of The Sea, Hills, Anthroprophh), la band di Nicola Giunta e Gioele Valenti mette in chiaro da subito di avere zero preconcetti verso le contrapposizioni mainstream/underground e di parlare un linguaggio – finalmente scioltosi in una forma più corposa – capace di essere recepito da più ascoltatori, non dai soliti adepti al culto della psych di cui sopra.

In Ostro i Nostri spingono molto sul versante ritmico, allargando sorprendentemente la tavolozza di colori verso lande madchesteriane, in connubi tra pulsione elettronica e sfarfallii psichici (We Are You), etno-dub e flauti trascendenti (Desert Of Lost Souls), ma mantenendo ben presente quell’immaginario sfatto, onirico e sognante (la nenia Voices Call che accompagna verso la chiusura dell’album a furia di ritualismo ancestrale) di matrice etno-psych (Ancient People Of The Stars) diluito su lande kraut dall’afflato ipnotico e groovey che fa di questo esordio un ponte tra medioriente e cosmo, riflusso ancestrale e slancio avant, retro-futurismo e ucronie musicali capaci di (ri)creare mondi (im)possibili.

C’è tanto Mediterraneo com’è giusto che sia, essendo il duo originario della Sicilia, ma è un Mediterraneo psichico, uno stato della mente che si manifesta nello stesso modo in cui dai citati Goat veniva “riletto” l’immaginario misterico-mitologico (in quel caso, posticcio) su cui hanno basato molta della propria fortuna. Pertanto sottoposto a trattamento energizzante – il gamelan mantrico e ossessivamente post-punk di Archaic Revival – e provvisto di un approccio da melting-pot globale – Fela Kuti, gli Oneida, la kosmische, le poliritmie africane, Madchester e moltissimo ancora – il suono, l’atmosfera, l’immaginario “mediterraneo” offerto in Ostro diviene una moderna forma di psych metafisica e trascendentale, come un sabba post-moderno in grado di inglobare e risputare fuori input e suggestioni. Dimostrando come alcune tendenze dell’underground italiano non siano soltanto esportabili, ma possano tranquillamente giocarsela alla pari con nomi più grossi. L’ostro sta dunque spirando sempre più forte e dall’estremità della penisola è maturo per invadere l’intera Europa.

26 Maggio 2014
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