• Gen
    22
    2013

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Descendant Records

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Che gli USA siano in pura folk-mania è un dato appurato non solo dall’enorme successo dei Mumford & Sons, ma anche da quello di seguaci americani come The Lumineers, Phillip Phillips e probabilmente presto i Family Of The Year. Gli americani dall’animo redneck, in fin dei conti hanno sempre avuto un debole per il trad-sound e quindi per l’universo country (che se vogliamo è il loro corrispettivo della nostra canzone sanremese), tanto che spesso tra gli album più venduti figurano fake-cowboy barbuti o bionde a cavallo sconosciuti fuori dai confini degli States.

Quello che sta accadendo negli ultimi mesi sul territorio a stelle e strisce, non è poi dissimile – con le dovute proporzioni – a livello socio-culturale dall’esplosione del grunge del 1991 o del pop-punk del 1994: duo o tre band a guidare e decine di discepoli che cercano di sfruttare (onestamente o meno) il momento d’oro. Le 4.929 copie dell’album di debutto dei The Lone Bellow registrate nella prima settimana (74° posto) potrebbero sembrare poche, ma sono decisamente di più le probabilità che nei prossimi mesi questi numeri raggiungano volumi di altro livello, perchè The Lone Bellow sembra un disco realizzato appositamente per rappresentare al meglio tutti i clichè della folk-mania.

I The Lone Bellow – come i The Lumineers – sono un trio formato da due uomini (Zach Williams, Brian Elmquist) ed una donna (Kanene Pipkin) orginari del sud e successivamente approdati a New York. Guardi la copertina e le foto promozionali e capisci subito quel che ti aspetta: esasperato tradizionalismo. Zach ha iniziato a scrivere – prima su carta e poi in musica – in seguito all’incidente quasi mortale che ha colpito sua moglie qualche anno fa, con un po’ di cinismo si potrebbe dire che questa volta abbiamo anche la storia commovente di fondo.

A rendere il tutto ancora più struggente ci pensano le tematiche principali dell’album: i sentimenti, la bontà d’animo e l’attaccamento alle origini. Fermi tutti però, nel caso dei The Lone Bellow è bene superare il negativo impatto iniziale tutto casa&chiesa e lasciare che siano le canzoni a parlare. Il campo di gioco è il punto di congiunzione tra l’indie-folkpop da classifica (Bleeding Out, Tree To Grow) ed un certo roots-country (You Don’t Love Me Like You Used To) venato di southern-soul (You Never Need Somebody) e di un balladry toccante che riporta alla mente gli Swell Season (Two Sides Of Lonely): per intenderci siamo molto più vicini a certe cose dei The Civil Wars che alle scampagnate danzanti degli Of Monsters and Men. Chitarre acustiche, mandolino (in mano a Kanene), armonie corali emozionali (pur sfiorando lo stucchevole) ed una grande varietà di strumenti diretti dall’esperta produzione di Charlie Peacock accompagnano brani mediamente ben composti.

The Lone Bellow mette in scena un conservatorismo sonoro e concettuale che è l’esatto opposto del progressismo musicale che, giustamente, si è portati a sostenere. Gli amanti del classicismo però non faticheranno ad affezionarsi a queste undici tracce.

3 Febbraio 2013
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