• apr
    01
    2005

Album

Beggars Banquet

Add to Flipboard Magazine.

Il country è il rifugio emozionale della musica, la quiete lontana e il desiderio di una serata accompagnata da sane letture. Con il loro terzo lavoro, i National insistono su atmosfere afose, sdrucciole, dalle melodie traslucide e trasudanti melanconiche sillabe alla Leonard Cohen, quando ogni uomo, nella propria stagione autunnale, prende a vagheggiare ogni sorta di sogno surreale. Orizzonti aurali, arpeggi sericei, fraseggi per un piano cullato, dolce ed inoffensivo, per densi momenti di nostalgia e rimpianto: i Nostri occhieggiano al classico topico westcoastiano ed Alligator ricolma di dolci e passioni guitar-pop l’anelito della catarsi. L’album si apre con l’abbacinata Secret Meeting, appetitosa ed evoluta versione drenata da New Radicals, mentre Karen s’oscura del Cave più intimista e Lit Up si schermisce, timida, con un coro vigoroso. Baby, We’ll be Fine è un’immacolata serenata d’amore anche se in All The Wine l’epopea Pavement dissolve gli indugi, con la voce puttana di Matt Berninger che declama “I’m a perfect piece of ass!”. La strumentazione ed il talento cristallino della band ne sono complici, così che il sound vira al classico songwriting, nebbioso ed umbratile, secondo la tradizione di un Jacques Brel rinforzato da Cousteau, American Music Club e Tindersticks.

Il quintetto dell’Ohio enuncia tuttavia i connotati della propria, originale, identità, veleggiando su territori ondulati da grazia ed incanto, echeggiando un inaudito quanto dinamico Ian Curtis, propulsivo nei beats e pulito nella forma, arrabbiato giusto un po’, intelligente neli testi e molto americano nello spirito. Tristezza e celebrazione, devastazione amorosa e struggenti dipendenze, bellezza e dolore, disperazione e mistero escatologico: l’impianto emozionale di Alligator impacchetta e sprigiona molta più energia di tante blasonate indie-bands del momento, avendo dalla sua la capacità di volgere e suggerire senza arroganza, pro domo propria, tutte le influenze dei classici. Sebbene, infine, tra i solchi si avverta un malcelato tentativo di seduzione della compassione dell’ascoltatore, attraverso la foliazione di tragici, intonsi, manuali d’amore, la manifestazione di cupe atmosfere depressive, di drammi esistenziali così abilmente enfiati dalla voce di Berninger, l’espettorazione radicale del dolore, segnano composizioni dall’architettura moderata, sublimata, eterea, in aperta contraddizione con l’aporetico nichilismo lamentato dall’innocenza di questi paventati suoni.

2 Aprile 2005
Leggi tutto
Precedente
Coaxial – The Phantom Syndrome Coaxial – The Phantom Syndrome
Successivo
Oneida – The Wedding Oneida – The Wedding

album

artista

Altre notizie suggerite