Live Report

Add to Flipboard Magazine.

The National e Beirut assieme, a Ferrara, rappresenta, a detta di molti, l’evento indie della truce estate italica. I primi, ormai elevati al rango di star internazionali del rock più raffinato e colto, sono reduci dal sontuoso concerto del novembre scorso all’Alcatraz di Milano, un sold out figlio del successo planetario di quel High Violet, così rigoroso nel rivolgersi alle proprie origini, così instancabile nell’adocchiare le platee più mainstream. I secondi, i tanto acclamati Beirut – o meglio, il componibile Zach Condon, visto che il progetto è pressoché riconducibile esclusivamente a lui – autori di quella Postcards From Italy ma, vergini del Belpaese, mai in tour nello stivalone reso innocuo dall’afa, nonostante il lustro di successo internazionale.

I due gruppi si conoscono bene, non c’è rivalità a livello musicale perché diretti a due platee diverse (l’uno strizza l’occhio malconcio ai Balcani, l’altro, così malinconico, alla frizzante Brooklyn), a coagulare il tutto un’intesa ben testimoniata dall’entusiasmante compilation benefica, Dark Was The Night, prodotta dai terribili fratellini, Aaron e Bryce Dessner (The National), tra cui ritroviamo appunto Zach Condon con la cinciallegra Mimizan. A cominciare le danze, Beirut, con la devastante Nantes, come al solito frenetica ma ben sorretta, e a tratti, ammorbidita, dagli impeccabili fiati.

Ad assecondare le ninna nanne balcaniche, una band al limite della perfezione, dimenticate le divagazioni alcoliche di Goran Bregovic e dei Gogol Bordello; Zach è il controllo fatto ritmo, tra le sue mani Elephant Gun diventa perfetta simbiosi tra la sua anima più zingara senza rinunciare a palpeggiamenti pop necessari e smaccatamente danzerecci. Il sole sparisce, le folate di vento di Flying Cup lente evaporano, nessuno si muove, Piazza Castello non respira, il sold out si fa sentire.

E’ buio e Matt Berninger, frontman dei The National stappa una bottiglia di vino con i denti. L’iniziale Runaway è l’attesa, è la presa sulla piazza asfissiata, è lento innamoramento. Le cose si aggiustano con Bloodbuzz Ohio, divina impersonificazione della perfezione pop, così sfacciatamente new wave dal vivo, con la voce di Berninger a scoperchiare il tutto. A seguire le urla squarciate di Sqaulor Victoria e i ripensamenti raffinati di England.

Un’unica critica va diretta al crollo – evidentemente fisiologico – di metà concerto Apartment Story, Little Faith e All The Wine non sono all’altezza, troppo scialbe nell’esecuzione, talmente ricercate da risultare povere di idee, senza alcuna destinazione stilistica. A riprendersi la scena è Sorrow, il momento spartiacque dell’intero live: la tensione accumulata fino a quel momento viene condensata nell’urlo finale della chitarra, la precisione assoluta della ritmica accompagna gli ullulati berningeriani del finale, come in un sogno di Jonathan Lethem.

La gradazione alcolica del frontman e di conseguenza lo show diventano così memorabilia. Una Mr. November devastante di rabbia, tra la hall di un albergo e la folla in delirio, seguita da una Terrible Love che è vera consacrazione, tra stecche inaudite del cantante e consacrazione come canzone definitiva del gruppo. Berninger accarezza le prime file, a tratti perde i sensi, poi raccoglie le forze e le lancia nell’excursus acustico di una Vanderlyle Crybaby che è sintesi di sensazione e magnificenza, chi a cantare in spensieratezza, chi in silenzio ad ammirare.

14 Luglio 2011
Leggi tutto
Precedente
Un giorno del tutto differente, Piazza Castello, 3 Luglio 2011
Successivo
Dave.I.D. – Response Dave.I.D. – Response

artista

artista

Altre notizie suggerite