• Mag
    01
    2007

Album

Beggars Banquet

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Si rifanno vivi i nuovi pupilli della Beggars, ed è un ritorno atteso da molti perché arriva dopo un album che, giusto un paio d’anni fa, ha fatto parlare di sé. A ragione: quello di Alligator era un incantesimo che si reggeva su pochi, indispensabili elementi e su un songwriting immediato, incisivo e profondo, che mischiava miracolosamente trame acustiche e spleen di matrice wave, in una scrittura indie pop deliziosamente smithsiana. Roba da perderci la testa, fra gli addetti ai lavori e fra le nuove leve di seguaci del genere, al punto che i National oggi sono una delle indie band americane più richieste in UK. Sarà merito anche del baritono di Matt Berninger, che nelle sue inflessioni crepuscolari non può che ricordare l’ennesimo Ian Curtis, e tutte le palpitazioni romantiche del caso.

E’ un’illusione che si fa quasi reale in Mistaken For Strangers, un brano potente che potrebbe essere uscito dal canzoniere degli Interpol – se solo Banks e i suoi fossero capaci di costruire così bene delle trame sonore elettro-acustiche -; ma, ad essere onesti, quello della band di Cincinnati è un disegno ben diverso dal diventare l’ennesima sensazione emul-wave.

Come in Alligator, il focus è fisso sulla scrittura, che vuole essere autoriale strizzando l’occhio ai vari Cohen, Cave e Staples, suggestioni sicuramente aiutate da voce e testi. Nondimeno, c’è un lavoro sugli arrangiamenti che conferisce uno spessore e una potenza inediti per la band, con dense stratificazioni di suoni e enfasi sulle percussioni: a prova di ciò, sentite come si sviluppa l’iniziale Fake Empire, che nel breve volgere di due minuti assume toni epici degni dei migliori U2 (replicati in Guest Room) e orchestrati alla Sufjan Stevens (che, tra l’altro, è ospite del disco); gli allestimenti sonori restano comunque misurati, senza indulgere troppo in enfasi, che pure sarebbe il rischio maggiore.

Se nel miraggio Joy Division / Arcade Fire di Brainy e Squalor Victoria e nella neworderiana Apartment Story si rientra ancora di diritto in certi canoni wave, poi arrivano ad equilibrare i timbri gentili e acustici di Green Gloves, Racing Like A Pro e la romanticissima Slow Show con i suoi teneri crescendo alla Belle & Sebastian, mentre Start A War arriva a lambire i Lambchop e Cash. Diventa così chiaro che i National vogliono assolutamente alzare la posta, e a giudicare anche solo da Gospel (una signora canzone, che vedremmo bene in bocca all’ultimo Jarvis Cocker), ci sentiamo pronti a scommettere insieme a loro. Anche se Boxer vi sembra meno immediato del suo predecessore, dategli una possibilità. E poi un’altra. E poi un’altra ancora…

15 Maggio 2007
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