• giu
    23
    2015

Album

Kompakt

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Aggiungere qualcosa ancora sulla scorta di quello che hanno già fatto gli Orb è impresa difficile. Parlare di novità sarebbe da ingenui, dato che sono stati loro a definire uno stile e un marchio di fabbrica che ha generato tag per tutti gli anni ’90 e per buona parte dei ’00 (house UK, ambient house, techno-dub e molte altre). Più che di cambiamento, il nuovo disco (è il loro tredicesimo da studio) sembra utile per fare il punto su quello che hanno detto e su come utilizzino oggi i semi di una carriera che ha influenzato centinaia di musicisti. Andare a vedere come trattano le modalità compositive di quella che per mancanza d’altra definizione omnicomprensiva continuiamo a chiamare “elettronica”, è uno dei possibili stratagemmi critici.

Il lavoro è il primo dal lontano 2009 di soli inediti, torna su Kompakt dopo Okie Dokie It’s The Orb on Kompakt del 2005 e segue le collaborazioni con Lee “Scratch” Perry e il progetto con David Gilmour del 2010. L’album è formato da quattro lunghe tracce (in media più di dieci minuti a pezzo); l’opener God’s Mirrorball è il classico pezzo Orb con l’introduzione sarcastica in parlato, qualche chincaglieria acuta in salsa ambient, laser, passaggi post-tribal in progressioni cosmiche, roba che ricorda i migliori Underworld e che si pianta sotto la pelle senza alcun problema: quella dance che evita la cassa troppo dritta e che ti fa ballare (dopo 10 minuti di freno a mano) con il respiro “open air” dei rave.

Moon Scapes 2703 BC è pura esplorazione mentale, ipotesi liquida che prende la techno detroitiana dei Drexciya e la rielabora su un passato in congiunzione astrale con il futuro della techno. Vibrazioni positive che già avevamo sperimentato nei capolavori (Little Fluffy Clouds) virate per qualche istante su una sensazione oscura, technoide, tonalità minori che descrivono il tempo che è passato. Distillato di nostalgia e anima, insomma. Lunar Craves apre il lato B, l’esplorazione in assenza di dio, scientifica e per questo più krauta, più macchinica. Nove minuti di pura estasi stellare e liquida, viaggio al centro dell’house (per dirla con Jules Verne, altro grande esploratore di mondi immaginifici) e della techno tutta, musica come esplorazione mentale a prescindere dalle categorie. Si chiude con l’atterraggio sulla Luna della title track (che viene posta in coda, come a dire che tutto quello che abbiamo ascoltato prima bisogna leggerlo al contrario, o per lo meno senza un’imposizione di metodo): un morbido cuscino funk che ricorda le coordinate taglia e cuci di Luke Slater e la direzione ritmica delle ultime produzioni della label tedesca.

Non ci si poteva aspettare di meglio dagli Orb. Moonlanding è un disco che fa la sua figura anche se inscatolato in un cliché trito e ritrito come quello dell’house. Quando si dice la classe.

 

14 Luglio 2015
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