Recensioni

4.5

Il comunicato stampa annunciava il nuovo album degli occhiuti come un collage interamente composto da sonorità estrapolate da animali in calore. Nel disco ovviamente non ve n’è traccia alcuna. L’album non presenta né i vagiti né il sampeling animalesco che la press burlescamente preannunciava e pertanto ci troviamo un lavoro che, in massima parte, è in continuità con il precedente (parti synth addomesticate da numerosi inserti di chitarra e vibrafono, tromba, basso, violino, piano) con l’importante differenza che a cambiare sono i toni, più cupi e spettrali come non se ne sentivano da anni.

Ascoltando l’iniziale On The Way Oklahoma, distorta e gracchiante filastrocca recitata dal performer residents-iano, l’impressione è incredibilmente buona: la traccia potrebbe infatti rientrare in quelle da "antologia" ("On The Way To Oklahoma / I Turned To A Cat / My True Love Was A Tiger / I Sure You Can See That ! / I Call My Tiger Dolly And Was My Mother’s Name / On The Way To Oklahoma / I Finally Began Say") e così l’arrangiamento, un buon tappeto di synth riverberati sullo sfondo sui quali si staglia prima un ben noto assolo à la Snakefinger e successivamente una dolente tromba "non disponibile".

I Rez, seppur con una mano più sedata, sembrano tornati a una forma convincente a metà tra Duck Stab e Freak Show e la successiva Olive And Gray non farà che sciogliere ogni dubbio soprattutto grazie un arrangiamento tra walzer e gamelan (altra infatuazione rez-iana) infarcito dalla rilettura di certo musical informale che effigia probabilmente il colpo di genio dell’album. Ma proprio quando s’inizia a credere che quest’album non incorrara negli errori del recente passato ecco che What Have My Chickens Done Now? ripercorre ordinatamente (e degnamente) le musiche per l’art show Wormwood-iano; e Two Lips (benché intrattenga con ottime filastrocche nonché un azzeccato musical call e response "trasversale" "We Buy Or Die / Yes! / No!…") con Mr Bee’s Bumble in raddoppio, riprendono sostanzialmente il piglio dolente e celeberrimo di Demons Dance Alone.

Ci risiamo: Inner Space (un intro per chitarra che pare niente di meno che quello di Money For Nothing) introduce una serie di ballate sintetiche tutte uguali e senza sussulti (un stanca, stanchissima Molly Harvey triste-angelo-wendersiano al canto), mentre dall’altra parte litanie come Dead Men o My Window non sollevano di certo le sorti di un lavoro interminabile già al primo ascolto. Arrivati all’altezza di Ingrid’s Oily Tongue (titolo ammiccante a antiche sonorità – Smelly Tongues datato ’73 è infatti uno dei primi "hit" del combo ndr.), le speranze di redenzione dei nuovi Rez sono al lumicino: la traccia rappresenta l’ennesima fanfara funebre, questa volta per (infelice) chitarra floydiana e innocue folate macabre di synth. E se proprio vogliamo cavar fuori qualcosa dal rimanente non nasconderemo le buone partiture di chitarra frith-iana in Mother No More e nella comunque buona traccia finale Burn My Bones, ma è troppo poco per giustificare l’acquisto di un lavoro, stanco e insensatamente pesante.

Cosa rimane da dire quando in Elmer’s Song e The Monkey Man si odono rintocchi di campane? Le quattro bare sono – ahinoi – per i quattro occhiuti di S.Francisco…

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