Recensioni

Non era così scontato che il nuovo show di uno dei gruppi più amati della wave mondiale di sempre fosse così deludente. Gli album certamente lo sono stati, almeno a partire da quelli post-Wormwood, eppure i loro show, così pieni di tutto e perciò totali, hanno sempre catturato l’immaginario e l’attenzione, rappresentando di fatto la vera novità che il combo di volta in volta proponeva al mondo.

L’ultimo che mi è capitato di vedere riguardava la performance live della loro filmografia storica (Icky Flix) e per l’occasione, al Teatro delle Celebrazioni di Bologna nel 2002, i quattro occhiuti avevano imbastito un scenografia di tutto rispetto: colori al fosforo, gabbie Mad Max e un bel maxischermo azionabile con telecomando che Mr Skull, accompagnato dal fedele membro aggiunto Molly Harvey, azionava a piacere testimoniando di una band tutt’altro che stanca. Anzi, i Residents, se hanno avuto un problema, discograficamente parlando, era proprio quello di non sapersi più fermare. Irrefrenabili, nell’era di Internet, hanno sfornato un quantitativo di materiale paragonabile ai loro periodi più fervidi, abbassando la qualità media delle produzioni "adulte" Ottanta/Novanta e accentuando, da un lato, una senescenza basata sul ripetere all’infinito se stessi in versione collagista à la Duck Stab (Animal Lover, Tweedles, Bunny Boy) e dall’altro cercando nella narrazione una via di salvezza.

Proprio su quest’ultimo punto s’inserisce la traiettoria che dal drammatico Demons Dance Alone (che rantolava nel buio dopo il nine eleven) ci porta a Talking Light, anch’essa opera teatrale esclusivamente basata sui testi (e i gesti) del cantante – non più col teschio – vestito come un mix tra Elephant Man e lo scienziato pazzo in pigiama (come è accaduto in quest’ultima performance). Emblematico che lo spettacolo al quale abbiamo assistito non sia stato preceduto da una pubblicazione in cd. C’è una versione ultra limitata e soltanto strumentale, ma non l’album con ragioni presto chiare nell’ora scarsa di durata.

Lo show, musicalmente, è stato un ronzare wave (soli synth e chitarra) di puro accompagnamento alle storie di fantasmi raccontate dal performer e da alcune ospiti (non presenti) azionate a schermo. Ma il dato più doloroso è l’assenza del quarto Rez che, a detta di un ironico Skull, se n’era uscito dal rock’n’roll way of life per occuparsi della madre in Messico (!?). Di Karl i superstiti ci rivelano soltanto il nome, non menzionandone l’importante ruolo. Lui era il percussionista. Ringo Starfish, come si legge nelle note di Meet The Residents, e mancando lui, una Semolina proveniente dal citato Duck Stab non è proprio la stessa, così come una seconda parte dello show, incentrata sul loro recente passato, non ha sollevato le sorti di una serata piuttosto noiosa, con storie di fantasmi un po’ senili di cui soltanto qualcuna degna del loro tocco sarcastico-surreale.

Unico momento intenso, la ripresa della vena catastrofica di fine Ottanta, quando si erano cimentati nel revisionare la storia della musica contemporanea (e c’era da sbellicarsi dalle risate). Anche in quel periodo avevano intrapreso concept a tema piuttosto focalizzati (Cube E) ma mai come ora la stanchezza del combo è evidente.

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