Recensioni

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È triste ritrovarsi tra le mani la procedura standard di confezionamento di un prodotto attuata da chi ha tanto lavorato sulla cultura contemporanea, sullo stravolgimento delle sue ovvietà e sulle sue aberrazioni. È noioso ascoltare quel prodotto e riconoscere dei cliché nati per sottolineare la superficialità degli approcci scava soldi del pop. È avvilente ritrovare nella produzione tipica di una band, fatta di un brusio di sottofondo, della deformazione coerente virata sull’oscurità e sulla ricerca di una qualità volutamente scadente, una pratica non più riflettuta che diventa essa stessa superficiale e soprattutto prevedibile.

Non è disponibile il dubbio nei confronti di The Bunny Boy, il nuovo album dei Residents. Un’opinione più sfumata si forma considerando per intero il progetto conigliesco, che affianca la musica con i consueti (e consuetamente appaganti) video schizofrenici che la accompagnano, visibili dal sito della band e, ovviamente, su YouTube. Ma ascoltare l’album, cioè il risultato musicale dell’operazione, porta a ravvisare una sensazione di totale inerzia. Dobbiamo rassegnarci a citare i misteriosi guerriglieri semiotici, con l’enorme portata della loro concezione musicale, sempre e comunque al passato, in un passato ormai storicizzato?

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